Weblog di analisi economica e altro di Ernesto Lorenzo Felli con la collaborazione di Alberto Stanchi - Università degli studi di ROMA 3 - CREI (Centre of Research on Economics of Institutions) - Facoltà di Giurisprudenza.
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Dal Diario pubblicato sul FOGLIO di ieri è saltata qualche frase. Di seguito la versione integrale L a deflazione, come fatto statistico, ha fatto la sua comparsa ufficiale sullo scenario europeo. Eurostat, l’agenzia statistica della Commissione Europea, lo ha comunicato 3 giorni fa: a giugno è stata stimata una riduzione dello 0,1 per cento del livello generale dei prezzi nell’area dell’Euro rispetto ad un anno fa. Ma ci vuole ben altro che un “bollino statistico” come quello rilasciato da Eurostat per impressionare gli europei. Siccome manca un’esperienza diretta del fenomeno e delle sue conseguenze, la deflazione non può suscitare negli europei le emozioni associate al suo contrario, a loro molto più familiare, l’inflazione. Per i giapponesi, che convivono con la stag-deflazione dagli anni novanta del secolo scorso, è diverso. E anche per gli americani, sui quali la memoria storica della Grande Depressione e della deflazione del periodo 1929-33 ha un impatto molto grande. Perciò, la materializzazione statistica della deflazione non dovrebbe essere una di quelle cattive notizie la cui diffusione può turbare più di tanto la psicologia degli italiani e dunque preoccupare per i suoi effetti deprimenti il nostro establishment. Nei giorni scorsi vari esponenti del governo, a cominciare da Berlusconi e Tremonti, hanno insistito sul concetto che la psicologia è un fattore quanto mai cruciale in questa crisi e hanno polemizzato con l’abuso di dati negativi e previsioni pessimistiche, per di più neanche tanto affidabili secondo loro. Pertanto, in attesa che il governo chiarisca quali siano i dati e le previsioni psicologicamente corrette, occuparsi delle variazioni dei prezzi sembra una buona idea. Intanto, c’è dire che, sempre restando sul terreno dei dati, in Italia la deflazione non si è ancora materializzata dal punto di vista statistico: a giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2008. Tuttavia, la dinamica dei prezzi è quasi nulla: rispetto a maggio l’incremento è stato solo dello 0,1 per cento. Ma, come mostra anche il dato medio relativo all’area dell’Euro, variazioni negative del tasso di inflazione sono stimate in vari paesi europei (Portogallo, Spagna, Francia, Irlanda), oltre che in Giappone e negli Usa. In ogni caso, il tasso d’inflazione si è drasticamente ridotto rispetto al 2008, quando sfiorava il quattro per cento in Europa e negli Stati Uniti.
E questo ha permesso una tenuta e in alcuni casi un recupero dei redditi reali, che è uno dei fattori che ha reso meno acuti gli effetti della recessione globale. Ma quello che chiamiamo inflazione è un fenomeno generalizzato, che riguarda sia i prezzi sia i salari. E le spinte verso il basso toccano anche i salari. È probabile che questa pressione verso il basso sull’inflazione proseguirà ancora per un po’, senza però trasformarsi in una deflazione prolungata che avrebbe conseguenze devastanti. Persino l’Ocse ritiene che il rischio di una deflazione sostenuta sia basso (eccetto che per il Giappone).
Tuttavia, man mano che la ripresa, che per ora resta lenta e fragile, si rafforzerà e verrà smaltita la grande capacità in eccesso che è stata accumulata dalle imprese durante la crisi, queste pressioni al ribasso sui prezzi si affievoliranno e alla fine si rovesceranno. Cosa accadrà in quel momento?
Per fronteggiare la recessione globale, le banche centrali di tutto il mondo, da ultima la Bce pochi giorni fa, hanno immesso nel sistema una massa senza precedenti di liquidità. Prima o poi questa enorme massa cercherà sbocchi finanziari diversi da quelli precauzionali e molto prudenti dettati dalla crisi e adottati sino a qui. È ragionevole aspettarsi che questo non avvenga prima che la ripresa dell’economia reale si sia consolidata? Non è detto, giacché i mercati finanziari esibiscono di solito una reattività maggiore di quella dell’economia reale e quindi è possibile che la ricerca di impieghi dal rendimento e dal rischio più elevati sia più rapida. In ogni caso, nell’immediato futuro esistono le condizioni favorevoli ad un forte aumento della volatilità dei prezzi delle attività finanziarie e delle “commodity” e anche al formarsi di qualche nuova bolla. Questa instabilità si estenderà all’economia reale? Sino a quando l’economia in tutto il mondo resterà come adesso lontana dalla piena occupazione il rischio è ovviamente un altro. E d’altra parte è difficile che le banche centrali si faranno trovare impreparate di fronte alla minaccia di una spirale inflazionistica. Questo vale a livello globale. E l’Italia? Se nel futuro la ripresa dell’inflazione dovesse creare una “questione salariale”, un modo alternativo e virtuoso rispetto a quello dell’aggiustamento dei salari nominali consisterebbe nella difesa dei salari reali al netto delle tasse. Ossia, il governo potrebbe ridurre le imposte sui redditi da lavoro. E visto che si qui ha mantenuto una condotta di bilancio molto prudente dovrebbe avere le risorse per farlo.
Alla metà di aprile il titolo della As Roma quotato alla Borsa di Milano (clicca qui) è improvvisamente rimbalzato da poco meno di 0,6 €, valore sul quale ristagnava da mesi, a poco meno di 1 € e da allora ha cominciato a fluttuare violentemente. 
Cosa ha scatenato la volatilità del titolo? Le voci sulla possibile vendita della società. Alcuni stringati “comunicati finanziari” della società Italpetroli della famiglia Sensi, che attraverso una subholding controlla i 2/3 del capitale azionario di As Roma, hanno in effetti confermato l’esistenza di una trattativa con una società di diritto svizzero. Sebbene il 25 Giugno la trattativa sia stata interrotta, il titolo ha continuato a fluttuare.
Proprio nell’aprile di un anno fa, in concomitanza con le voci di una possibile vendita della As Roma al finanziere popperiano George Soros (qui un commento di SOFIA), si era verificata una turbolenza analoga. In effetti, se si guardasse il grafico a 2 anni del titolo, si scoprirebbe questa singolare ciclicità. 
A guardare i bilanci delle società di calcio della Serie A (clicca qui), l’interesse di investitori alla ricerca di rendimenti elevati appare tutt’altro che giustificato. Secondo i dati raccolti dal Sole 24 Ore, il quadro contabile richiederebbe “una netta inversione di rotta nella gestione di gran parte dei club” – due miliardi di debito e patrimoni netti per appena 600 milioni di euro nel complesso.
In effetti, la As Roma è una delle poche “realtà virtuose” (insieme a Fiorentina e Parma), perché da anni si “autofinanzia” senza ricorrere a ricapitalizzazioni e con la copertura delle perdite con più di 1/3 di risorse proprie. La tabella qui sotto, che mette a confronto le 4 “grandi” del nostro campionato, mostra quale livello abbia raggiunto il deterioramento dei bilanci: la continuità aziendale di Juve e soprattutto di Milan e Inter dipende dalla disponibilità dei soci di riferimento a finanziare le rispettive società. L’Inter ha un patrimonio netto negativo (- 12 milioni di €), 394 milioni di debiti, e un disavanzo nell’ultimo esercizio di 148 milioni (il rapporto mezzi propri/passivo è negativo). Il Milan, che ha grosso modo lo stesso debito dell’Inter, ha chiuso l’ultimo esercizio con 77 milioni di passivo e esibisce un rapporto mezzi propri/passivo inferiore al 10%. Dal momento che dei 392 milioni di debito solo una parte (110) è costituita da esposizioni bancarie, sarebbe interessante sapere da chi il Milan abbia ricevuto questi prestiti.

«È un po’ di tempo che quando la mattina ci facciamo la barba lasciamo scorrere l’acqua dal rubinetto, soffocando (senza sforzo) le remore ambientaliste, perché ogni volta ci illudiamo che nello scarico possano finire oltre ai residui della rasatura anche i cattivi pensieri che ci assillano. D’accordo, questi cattivi pensieri potrebbero essere meri affari nostri e non ci sarebbe ragione per renderne conto in un rubrica dedicata all’economia. Ma, in realtà, questa rubrica è in primo luogo un “diario”, e cioè un genere letterario che con la sua notoria misura Oscar Wilde considerava “sensazionale”. E che cosa sono i diari se non una raccolta di pensieri incidentalmente cattivi? Prendete questa storia delle riconciliazioni. Ne abbiamo fatto cenno in un precedente diario (29 Maggio), a proposito del ruolo che nel processo di riconciliazione nazionale dovrebbe svolgere il sindacato italiano (o almeno una sua parte) secondo Lodovico Festa. Dal canto suo, Alberto Quadrio Curzio (Corriere della Sera, 15 Giugno) ha auspicato una “riconciliazione strategica” trilaterale, Stato- banche – imprese, per superare la crisi attuale. Nella visione di Quadrio Curzio il ruolo del sindacato è omesso, ma è implicito nel suo ragionamento, laddove attribuisce alla minore conflittualità interna una delle ragioni della migliore resistenza delle imprese italiane alla recessione globale. Del resto, la triangolazione del conflitto di classe, imprese-sindacato-stato, era una vecchia idea che Ezio Tarantelli aveva posto a fondamento del neo-corporativismo anni settanta, contro il quale si esercitò la tragica insensatezza brigatista. Ed è proprio questo aspetto che ci inquieta in tutta questa smania riconciliatoria. Intendiamoci, le riconciliazioni sono un salutare esercizio di ragionevolezza (e buoni sentimenti), ma la storia, viceversa dominata dalle divisioni e dai conflitti, ce ne addita la sporadicità e la provvisorietà. Segno che, sebbene desiderabile, non è essenziale. Ma se vogliamo guardare più a fondo le cose, i potenziali benefici di un sistema di relazioni industriali ben regolato sono difficili da ignorare. Dipende ovviamente da come sono fatte queste regole. C’è da dire, innanzitutto, che nel modello neo-corporativo non c’è una coerenza automatica tra due fattori-chiave che di solito vengono confusi ma che sono distinti: la centralizzazione e il coordinamento. Un sistema di relazioni industriali centralizzato, ossia caratterizzato al suo massimo grado dall’interazione tra organizzazioni sindacali di vertice (di lavoratori ed imprenditori) e governo, che negoziano contratti collettivi nazionali, può ottenere un tasso elevato di coordinamento, ossia di armonizzazione degli interessi contrastanti e di consenso tra le parti, quanto un sistema più decentrato. Alcuni “esperimenti” econometrici che abbiamo effettuato per l’Italia, indicano che mentre la centralizzazione ha un impatto negativo sulla crescita della produttività totale, il coordinamento ha un effetto positivo. Questo risultato potrebbe essere interpretato come l’evidenza che, ai fini della crescita della produzione e del reddito, un livello di contrattazione aziendale e territoriale, insomma decentrata, è importante almeno quanto e forse di più di quella triangolazione di vertice di cui si diceva prima. Perciò è da accogliere con un certo interesse l’accordo del 15 Aprile che ha riformato i contratti (e a cui hanno aderito, oltre la Confindustria, la Cisl e la Uil ma non la Cgil), e nel quale viene rafforzato il ruolo del “secondo livello” della contrattazione, ossia quello aziendale/territoriale. A noi piacerebbe che questo livello decentrato di contrattazione salariale avesse molto più spazio e che, viceversa, le organizzazioni di vertice si impegnassero a discutere e condividere obiettivi macroeconomici non direttamente salariali. La materia non manca, come ha messo in evidenza lo stesso recente congresso della Cisl, nel quale la “riforma del fisco” è stata individuata come il terreno su cui negoziare un patto tra lavoratori e imprenditori avente come obiettivo una riduzione sensibile del prelievo fiscale ottenuto con un nuovo “mix tributario tra imposte dirette e indirette, e al suo interno tra imposte sui redditi personali, imposte sui consumi, sui redditi da capitale e sulle rendite finanziarie, sul patrimonio e sulla proprietà”. Musica per le nostre orecchie, giacché su queste colonne lanciammo due anni fa una proposta di riforma fiscale basata sullo stesso principio di ricomposizione del mix tributario.
Resta da dire che il ruolo del sindacato è controverso. Milton Friedman pensava che si tendeva ad esagerare il ruolo del sindacato nell’influenzare la struttura e i livelli dei salari (“Some Comments on the Significance of Labor Unions for Economic Policy”, 1950). Secondo lui i lavoratori respingerebbero livelli salariali fuori-mercato, ben sapendo che minaccerebbero la sicurezza del lavoro, e, di conseguenza, i sindacati, tenendo conto di ciò, modererebbero le loro rivendicazioni. È ovvio che Friedman aveva in mente il mercato del lavoro Usa. Tuttavia, un recente studio di David Lee e Alexandre Mas per il Nber conclude che l’effetto medio del sindacato sul valore azionario di un’impresa americana equivale ad un costo di circa 40 mila dollari per lavoratore sindacalizzato (“Long-Run Impacts of Unions on Firms”, February 2009). Non proprio un’inezia.»
Dal FOGLIO di oggi (pag. II)
Sui risultati delle elezioni se ne sentono di tutti i colori, ovviamente. Per quanto riguarda le elezioni europee, che rappresentano il voto nazionale di questo election day, si può fare un po’ di chiarezza molto semplicemente osservando i nudi dati. Con l’aiuto della tabella e del grafico (una versione più nitida di entrambi si può visualizzare cliccando qui).
In sintesi emergono due elementi essenziali:
Delusione – la percentuale dei votanti si è drasticamente abbassata dall’81% al 65%.
Questa riduzione è da attribuirsi soprattutto al comportamento degli elettori meridionali e delle isole. Il calo naturalmente ha a che fare anche con il tipo di posta in palio – il parlamento europeo – che in tutta Europa non ha suscitato l’entusiasmo degli elettori. Tuttavia, in Italia ha cause specifiche come mostra anche l’asimmetria geografica che si è detta.
Se si sommano gli astenuti con le schede bianche e nulle, si ottiene una percentuale di elettori delusi di circa il 40%: 4 italiani su 10 o non vanno a votare o votano scheda bianca o l’annullano. Per restare agli astenuti, stiamo parlando di quasi 18 milioni di potenziali elettori che sono delusi scontenti disaffezionati. Il doppio quasi di un anno fa. Di gran lunga il primo “partito” italiano.
Nb nel grafico, le percentuali rappresentate dalle 4 coppie di istogrammi sono espresse come rapporto tra voti ed elettrori per le ultime tre e tra astenuti ed elettori per la prima.
«In questo rovente fine maggio non possiamo non sentirci schiacciati da un caldo che, come la crisi finanziaria, non ci aspettavamo e non abbiamo saputo prevedere. Ma non c’è dubbio che la spossatezza non è dovuta solo alle nostre debolezze di economisti che, a quanto pare, l’incombente Festival dell’Economia di Trento promette di mettere a nudo – “Economisti alla sbarra, ecco l’atto d’accusa” questo il minaccioso titolo di un editoriale del Sole 24-Ore di mercoledì scorso (online qui). È che, nel frattempo, dalla politica italiana si sprigionano delle esalazioni che più sono elusive più risultano tangibili. E l’atmosfera diventa irrespirabile. Sarà allora anche per il conseguente senso di soffocamento che alcune questioni cominciano a sfuggirci. (dal FOGLIO di venerdì scorso)
Due in particolare. Una la dovremmo sbrigare rapidamente perché, in confronto all’altra, è un dettaglio e per di più alquanto auto-referenziale. (E forse proprio per questo finirà per prenderci più spazio del dovuto). Non abbiamo capito, infatti, dove volesse andare a parare Roberto Perotti nel citato editoriale sul Sole. Perotti dice che “la stragrande maggioranza degli economisti era totalmente all’oscuro di alcuni fondamentali sviluppi del mercato del credito”. È vero. Per di più, tra di loro c’erano anche coloro che proprio per la loro eccellenza erano stati posti alla guida delle principali istituzioni finanziarie, comprese le maggiori banche centrali. “Anch’essi, come gli altri, sono stati tremendamente impreparati a comprendere i nuovi sviluppi”.
Ma cosa c’è all’origine di questa inadeguatezza degli economisti?
Non c’è il loro approccio, argomenta Perotti, non ci sono le loro teorie e nemmeno le ipotesi estreme di certi loro modelli formali.
D’accordo. Cosa allora?
Stupidità, pigrizia, prevenzione, conformismo, malafede?
Il disastro è stato causato, secondo Perotti, da un fallimento di regolamentazione e gli economisti hanno avuto il torto di non suggerire ai politici la regolamentazione necessaria. Ma se gli economisti avevano quella profonda incomprensione degli sviluppi del mercato del credito di cui parla Perotti, che diavolo di sensato avrebbero potuto suggerire?
Non è che, semplicemente, gli economisti sono stati le inevitabili vittime proprio di quella informazione imperfetta e di quelle asimmetrie informative che molti di loro avevano da tempo preso sul serio? Del resto, il progresso della conoscenza procede per tentativi ed errori e gli insuccessi sono un sensazionale terreno di apprendimento. Quello che gli economisti sanno non è poco, ma c’è sempre da imparare. Più che farsi la morale tra di loro, gli economisti dovrebbero prendere coscienza dei loro limiti. E non solo per costruire modelli in cui i limiti cognitivi e l’incertezza contino davvero, ma proprio per astenersi dal dare consigli quando non sanno cosa dire. D’altra parte, se alle persone succede di agire in modo stupido non è colpa degli economisti, che prediligono modellare il comportamento razionale. Dopotutto, alle persone capita anche di agire con il sale in zucca.
L’altra più rilevante questione che rischia di sfuggirci riguarda il carattere “riformisticamente rivoluzionario” di quello che sta accadendo nel sindacato italiano e di cui ha scritto su queste colonne Lodovico Festa (26 maggio). Ossia far passare il lavoro dipendente dalla “cultura del conflitto a quella della cooperazione”. Ci piace l’idea di Festa che questo passaggio serva a favorire quella politica di riconciliazione di cui ha bisogno la società italiana. E nella quale hanno fallito tutti, Berlusconi compreso. E siamo anche convinti che un sindacato che elabori metodi e piattaforme costruttive e non sia succube di logiche massimalistiche sia un tassello importante di una società civilizzata. Ma il punto è su quale modello di sindacato poggia questo passaggio. Sembra di capire che il modello non possa che essere quello concertativo-consociativo che già conosciamo. Con la variante dell’isolamento della Cgil. Ma anche questa variante e i suoi esiti ci sono in realtà già noti, essendo stati alla base del Patto per l’Italia del precedente governo Berlusconi. In effetti, conosciamo le conseguenze economiche di questo modello, che possono essere positive solo se il grado di coordinamento del mercato del lavoro assicurato dalla concertazione tra sindacato e governo è davvero molto elevato. Ma al di là del giudizio che si può dare del neo-corporativismo, non sarebbe un costo eccessivo assegnare al sindacato, oltre al suo naturale ruolo sociale, anche un ruolo politico così rilevante?»
Sarebbe bello se la realtà economica fosse simile alla realtà matematica, che agli occhi platonici di Godfrey Harold Hardy appariva “fuori di noi” e perciò bastava solo “scoprirla o osservarla” anche perché “gli oggetti matematici sono molto più simili a quello che sembrano essere” (“Apologia di un matematico”). Invece non è così. Ecco perché gli economisti si dividono (e fanno molto uso della matematica). Riguardo all’interpretazione della “realtà economica” italiana sono divisi anche i colleghi Francesco Forte, Paolo Savona e Michele Boldrin, intervenuti nei giorni scorsi sul Foglio.
La mia interpretazione è basata su di una premessa: le difficoltà dell’economia italiana non sono dovute a cause congiunturali ma a debolezze di fondo. Le fluttuazioni del prodotto effettivo attorno al livello potenziale non sono il problema. È la bassa crescita di questo stesso potenziale, che determina il trend della nostra economia, il problema. Ovviamente, essa non è insensibile alle recessioni globali. E in un sistema come il nostro in cui il traino delle esportazioni è importante, gli effetti di queste recessioni globali sono rilevanti. Ma l’export è un traino, appunto, ciò che conta è la potenza del motore che alla fine determina la spinta del traino stesso. D’altra parte, l’economia italiana soffriva anche prima di questa recessione globale, quando la domanda mondiale era alle stelle e i paesi europei dell’area dell’euro fronteggiavano le stesse condizioni di cambio (e le stesse ragioni di scambio relative). Forse è desiderabile una riforma della “governance globale”, come sostiene Paolo Savona, ma il (mancato) dinamismo dell’economia italiana non dipende da questo. Dunque la priorità è il prodotto potenziale, dal quale dipende il prodotto pro-capite e dunque il tenore di vita degli italiani. Per farlo crescere, sono necessari “interventi dal lato dell’offerta” ( e così evitiamo di parlare di “riforme di struttura”, una terminologia che risale, se non sbaglio, addirittura al Pci togliattiano e che quantomeno si può dire obsoleta). Sono questi cambiamenti strutturali che servono per far crescere il prodotto potenziale, rimuovendo gli ostacoli che lo imbrigliano. Michele Boldrin ha fatto un elenco più o meno completo dei problemi “supply-side” del nostro capitalismo. Poiché il tema (i problemi e le possibili politiche per affrontarli) è da anni uno dei punti fissi dei miei interventi e di quelli con Giovanni Tria sul Foglio, non sfrutterò ulteriormente il principio oraziano del “repetita iuvant”. Ma su un punto vorrei fornire qualche elemento, anche di tipo quantitativo. Magari così si dissipa un po’ il fumo dottrinario che rischia di distorcere una discussione interessante. Perché qui non si tratta né dei dogmi del liberismo né di quelli dell’economia sociale di mercato o di qualche mix affine di politiche keynesiane e di istituzioni neo-corporative. Per fortuna di pulsioni neo-keynesiane non c’è traccia nell’agenda del governo - di nostalgie liberiste nemmeno a parlarne, mentre sul neo-corporativismo sono meno tranquillo e condivido le preoccupazioni di Francesco Forte sul contratto unico. Ora io non so se il disegno di legge delega sulla pubblica amministrazione possa essere quella rivoluzione di cui parla Renato Brunetta o se invece sui suoi contenuti e sulla sua efficacia “vi sarebbe parecchio da ridire” come ha scritto Boldrin. Tuttavia, l’intento è giusto perché si muove proprio nella direzione che ho indicato: l’aumento dell’efficienza da cui dipende in buona parte la crescita del potenziale. Dunque, utilizzando come proxy dell’efficienza la produttività totale dei fattori, ho cercato di modellare gli effetti di un recupero di efficienza del 10 per cento complessivo entro i prossimi cinque anni nel settore allargato della pubblica amministrazione. Se si sommano gli effetti potenziali della legge delega con quelli del recupero dell’assenteismo e di tutti gli altri interventi allo studio (de-legificazione, semplificazione burocratica, riforma del processo civile etc.), lo shock ipotizzato appare persino di dimensione prudenziale. Dunque, il risultato è che il prodotto potenziale sarebbe sospinto su di un sentiero di crescita stabilmente e significativamente al di sopra della tendenza spontanea (circa ½ punto – un punto percentuale in più l’anno per 10 anni - vedi grafico). Con feedback degni di nota sulle componenti della domanda (a cominciare dalle esportazioni), sull’occupazione, sul reddito e sui prezzi. Un intervento serio dunque, come altri che andrebbero affrontati senza tentennamenti - tasse, età pensionabile, deregolazioni nei servizi, etc. Non proprio quei “rammendini” di cui ha scritto Francesco Forte.
Una versione condensata di questo post è stata pubblicata sul FOGLIO di ieri.
Secondo l’Istat, nelle “Altre attività di servizi”, che è l’unica proxy del settore della Pubblica Amministrazione (incluse Istruzione e Sanità) ricavabile dalle statistiche ufficiali, il livello della produttività totale dei fattori (TFP), che è una misura dell’efficienza produttiva, sarebbe stato al di sopra della media sino al 2000 e poi sarebbe sceso al di sotto. Nel primo grafico è mostrata l’evoluzione della TFP nel totale dell’economia italiana (verde) e nei due settori dell’industria in senso stretto (rosso) e delle altre attività di servizi (azzurro), in cui, come dicevo, sono compresi i servizi specifici della PA, l’istruzione e la sanità. Ma come mostra il secondo grafico, la Tfp è diminuita quasi ininterrottamente nel periodo considerato (1981-2007) rispetto all’andamento medio. A partire dagli anni novanta si tratta di un vero e proprio crollo.Che, del resto, non è sfuggito ai cittadini e alle imprese italiane, che sono gli utilizzatori-acquirenti dei servizi della Pa (finanziati essenzialmente attraverso le tasse).
È ovvio che un aumento dell’efficienza della PA sarebbe di grande beneficio per l’economia italiana e per il benessere dei cittadini. È possibile misurare l’effetto di un miglioramento dell’efficienza nella PA sull’economia italiana. Ho fatto alcune stime che descriverò in un prossimo post.
Gli ostacoli che sta incontrando il progetto di riforma del ministro Brunetta dimostrano che un miglioramento di questo tipo, a costo quasi zero per le finanze pubbliche, è viceversa politicamente costoso. Sono le scorie corporative ancora largamente presenti nel nostro sistema che ne ostacolano lo sviluppo. Il quale non ha proprio bisogno di un'ulteriore iniezione di "economia sociale di mercato".
Per il momento rimando ad un articolo sull’argomento (e altro), pubblicato sul Foglio la settimana scorsa che si può leggere cliccando qui.
Che questa fosse una recessione globale, si era capito. D’altra parte, che le cose dovessero andare tanto male da trasformare il collasso finanziario americano in un problema planetario, in una recessione globale appunto, non era per nulla scontato – checché ne ciancino tutti i vari profeti di sventura che ripetono ossessivamente “ve l’avevo detto”. una caduta della produzione industriale e degli investimenti pro capite ma non del commercio mondiale o dei flussi di capitale o del consumo pro capite.
Recessioni Globali (variazioni %) 1975 1982 1991 Media 2009 Deviazione A b c d=a+b+c/3 e =d-e output pro capite -0.3 -1.1 -1.5 -1.0 -3.7 2.7 consumo pro capite 0.4 -0.2 0.6 0.3 -1.1 1.4 investimenti pro capite -2.0 -4.7 -0.2 -2.3 -8.7 6.4 produzione industriale -1.6 -4.3 -0.1 -2.0 -6.2 4.2 commercio -1.87 -0.69 4.01 0.5 -11.75 11.3 flussi di capitale 0.6 -0.8 -2.1 -0.8 -6.2 5.4 disoccupazione 1.19 1.61 0.72 1.2 2.56 1.4 Fonte: Imf, World Economic Outlook April 2009
Nel 2007, quando il rallentamento ciclico in America ed in altre economie sviluppate prese avvio, la possibilità che le economie emergenti e in via di sviluppo non ne fossero contagiate – a causa dell’importanza crescente delle loro domande interne e dei loro scambi interregionali (soprattutto in Asia) – era un’ipotesi del tutto plausibile. In effetti, non è andata così e questo dimostra che l’integrazione economica internazionale attraverso i flussi commerciali e finanziari (che sono quelli che hanno contato in questa circostanza) ha raggiunto un livello tale che non esistono più aree completamente isolate. Non è stato sempre così e non sempre uno shock idiosincratico (che colpisce in modi peculiari un’area specifica) si è propagato a tutto il mondo. In verità, sino a qualche tempo fa, una recessione globale era una recessione che colpiva le economie sviluppate, a cominciare dagli Stati Uniti, che insieme rappresentavano il 70% della produzione mondiale. Ma oggi, questa quota è scesa al 55% e perciò la coincidenza tra il ciclo economico nelle economie sviluppate e il ciclo economico globale non è più scontata. Dunque, sebbene l’aumento dei feedbacks bi-direzionali tra queste aree aumenti la possibilità di una sincronizzazione del ciclo economico e quindi del verificarsi di un ciclo economico globale, restano all’opera anche forze reciproche di contrasto, di repulsione e ammortizzazione degli stimoli esterni. La storia degli ultimi 50 anni del ciclo dei paesi sviluppati, di quello delle aree emergenti, e di quello che si può appunto chiamare il ciclo economico globale, dimostra questo. Se come indicatore ciclico, si prende il prodotto pro-capite (anziché il livello assoluto del Pil), come fa l’Imf (International Monetary Fund) nel suo ultimo documento (World Economic Outlook, April 2009), ponderandolo per le quote di mercato, si scoprono che le recessioni globali sono state tre prima di quella attuale, 2009, la più grave di tutte (sempre a patto ovviamente che le previsioni correnti siano confermate). Nel 1975, nel 1982 e nel 1991. La tabella e la figura rivelano alcune caratteristiche interessanti.
Le recessioni globali implicano:
Nella recessione globale attuale, è marcato lo shock su commercio, flussi di capitale e investimenti e consumi pro capite. Sono questi fattori a renderla la peggiore crisi economica globale degli ultimi 50 anni.
C’è la “mano invisibile” e c’è la “mano di Dio”. Nella storia delle idee, che è l’ambito nel quale le considero, si tratta di
due tra le più importanti metafore di tutti i tempi. Se, come accade in questi tempi, la fiducia che la prima – la mano invisibile - guidi fruttuosamente le nostre azioni motivate dalla ricerca dell’interesse personale è crollata per via dello sconquasso macroeconomico globale, la rassicurazione che la seconda – la mano di Dio - possa far meglio è messa alla prova da eventi ugualmente catastrofici come i terremoti. Non ho né la competenza né la predisposizione per occuparmi della “mano di Dio” e lascio ad altri il compito di spiegare come eventi quali i terremoti, che causano tante vittime innocenti, si possano conciliare con l’idea del Dio buono (e onnipotente e onnisciente) dei monoteismi (ma su questo blog ho affrontato altre volte la questione - si veda la categoria "filosofia"). La storia di questi tentativi è assai densa e può essere solo una curiosità osservare che due tra le spiegazioni più ingegnose siano venute da due personaggi agli antipodi come Gottfried Wilhelm Leibniz e Diego Armando Maradona.
D’altra parte, che non sia questa una temperie favorevole alla “mano invisibile” è evidente. Stiamo vivendo la seconda peggiore crisi economica della storia contemporanea e il mitico “libero mercato” è il teatro dove lo scempio si compie e secondo un sentimento diffuso ne è anche il responsabile. Se in quello che accade c’è una “mano invisibile”, non sembra proprio che sia quella a cui pensava Adam Smith quando scriveva la “Ricchezza delle Nazioni”. Come ogni metafora ben riuscita, la “mano invisibile” è sufficientemente ellittica per poter essere razionalizzata in vari modi. Per tenersi all’essenziale, la metafora può essere formulata in modo semplice ma analitico nel modo seguente: i mercati concorrenziali sono efficienti, nel senso che, quando sono in equilibrio, tutti i possibili vantaggi dello scambio sono sfruttati completamente. E non è possibile far meglio. Questa è una formulazione rigorosa della “mano invisibile”, tanto è vero che ha il rango di un teorema – il primo teorema dell’economia del benessere. E per porre fine alla polemica sul mercato ci si potrebbe fermare qui, constatando che i mercati che sono l’odierno teatro della crisi non sono concorrenziali. E che, semmai, è proprio la loro distanza dal modello concorrenziale, la loro imperfezione e incompletezza, a renderli vulnerabili. E quindi, come corollario finale, che lo stato si dovrebbe certo preoccupare dei “fallimenti del mercato”, ma non per sostituirsi ad esso ma piuttosto per rimuovere tutti gli ostacoli possibili alla concorrenza, comprese le distorsioni che derivano dagli eccessi del suo intervento. Insomma, una "mano dello Stato" ma a favore del mercato. (Sappiamo che il paradigma neoclassico completa alla grande il rigetto dell'interventismo pubblico aggiungendo al primo il secondo teorema dell'economia del benessere, attarverso il quale risolve il problema del trade-off tra l'efficienza dell'equilibrio competitivo e la possibile - e probabile - non-equità delle relative allocazioni ammetendo persino la chimerica tassazione non distorsiva come espediente ridistributivo).
Naturalmente, le cose non sono così semplici. C’è un fraintendimento più sottile nella polemica antimercato e nella rivalutazione del ruolo dello stato, che a causa di questa crisi hanno ripreso vigore dopo un periodo di stasi in cui la disputa sembrava essersi esaurita (per abbandono degli statalisti). Il problema non è tanto che i mercati del mondo reale non sono quelli vagheggiati dai “free-marketeers”, dagli apologeti del liberismo. Il fraintendimento sta nel fatto che la teoria dell’equilibrio economico generale è una teoria che spiega l’allocazione efficiente delle risorse in certe condizioni, ma non è una teoria del capitalismo. Ma sono proprio i vantaggi e i rischi connessi a questo sistema – e a quelli che gli si possano contrapporre, come il corporativismo o l’economia sociale di mercato – che dovrebbero essere compresi e che spesso non lo sono. E per comprendere i vantaggi e i rischi del capitalismo occorre cominciare da una premessa essenziale: l’incertezza. Il sistema capitalistico, infatti, è essenzialmente un meccanismo attraverso il quale le economie generano la crescita della conoscenza in un modo che è dominato dall’incertezza dovuta all’incompletezza della conoscenza stessa. La crescita della conoscenza assicura la crescita del reddito, ma l’incertezza rende l’economia instabile e soggetta a fluttuazioni improvvise e imprevedibili. Gli economisti neoclassici, che la chiamano “informazione imperfetta”, non è che non abbiano riflettuto su detta incompletezza della conoscenza, ma sembra proprio che non ne abbiano afferrato le implicazioni di fondo. E invece dovrebbero guardare a Friedrich Hayek, che fin dagli anni Trenta aveva reinterpretato tutta la faccenda della “mano invisibile” alla luce di questo “problema di conoscenza”- il fatto che nelle economie moderne le conoscenze fondamentali sono disperse tra un gran numero di persone che le usano per i loro scopi individuali. E aveva individuato nel capitalismo quella “procedura di scoperta” che aiutava, come nessun altro sistema conosciuto, a risolvere il problema. E se Hayek non è giudicato sufficientemente moderno, c’è sempre Edmund Phelps, un economista contemporaneo che condivide lo stesso background dei neoclassici ma ha messo a frutto in modo originale la lezione di Hayek.
«M i sono fatto la reputazione di indovino dell’economia. Nel marzo scorso ho previsto che
l’economia sarebbe precipitata nel baratro da lì a sei mesi. E sei mesi dopo così è stato. Come facevo a saperlo? Ve lo dirò più avanti. In questo momento, prevedo che l’economia sarà in via di guarigione nel secondo trimestre dell’anno prossimo…Sono queste le mie previsioni per la ripresa. E ricordate con quanta esattezza ho annunciato il disastro. Ma devo ammetterlo: da cinque anni andavo ripetendo che l’economia sarebbe crollata nel giro di sei mesi.»
Robert Reich - dal Corriere della Sera del 19 Aprile (enfasi aggiunta), al quale rimando il lettore eventualmente interessato al dettaglio delle profezie di questo strabiliante indovino.
La settimana è stata caratterizzata dal sovrapporsi dei vari Gn (n=8,…20). Nonostante il crescendo del numero dei partecipanti e dell’ambito (dal G8 sul lavoro di Roma al G20 a tutto campo di Londra), queste riunioni internazionali dei molto divisi potenti della terra sembrano svolgere bene un solo ruolo. Quello di catalizzatori della protesta e dello scontento. E si potrebbe scorgere in tale ruolo persino una funzione catartica sul modello delle tragedie greche (con morti veri purtroppo come è accaduto nel passato e di nuovo l’altro ieri a Londra), se non fosse che di rabbia ce n’è in giro già tanta. Come dimostrano le agitazioni in Inghilterra e soprattutto in Francia. E rispetto alle motivazioni
che un tempo si sarebbero dette “sovrastrutturali” degli anarcoidi manifestanti londinesi, nel caso dei sequestri di manager e capitalisti siamo di fronte ad una protesta sociale, “di classe” per restare al lessico marxiano, collegata direttamente con la crisi economica (anticipata, come spesso accade, non dagli esperti ma dagli artisti, in questo caso i francesi Benoi^t Delèpine e Gustave Kervern che hanno girato il film Louise-Michel, in programmazione in queste settimane).
Ed è questo tipo di protesta ciò che spaventa di più un ottimista istintivo come il nostro presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Al punto da fargli superare l’orrore naturale per le cattive notizie e spingerlo a citare, proprio a conclusione del G8, una di quelle fosche previsioni che ostentatamente detesta: “20 milioni di posti di lavoro persi entro il 2010”. In realtà Silvio Berlusconi, pur essendosi convertito alla retorica dell’economia sociale di mercato, è convinto che le aspettative contino molto nei comportamenti della gente (e forse lo sorprenderebbe sapere quanti sforzi gli economisti abbiano dedicato al tentativo di incorporare nei loro modelli questa intuizione in modo coerente). E per influenzare queste aspettative, per “sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia” vorrebbe che il G20 si impegnasse in un “global social pact” a difesa dell’occupazione. In attesa di questo coordinamento internazionale delle politiche macroeconomiche, la cui probabilità di realizzazione è ahinoi molto bassa, Silvio Berlusconi si tiene stretta l’intesa sul cosiddetto piano casa appena strappata alle regioni e per il resto condivide lo scetticismo attivo del suo ministro dell’economia nei confronti della politica fiscale anticiclica. Può bastare? Ed è giustificato questo scetticismo attivo che, secondo le stime dell’Ocse, tradurrà in un effetto nullo sul pil ma anche sul bilancio pubblico il modesto pacchetto fiscale italiano 2009-10? Per rispondere a questi interrogativi è necessaria una valutazione della efficacia della politica fiscale, che ovviamente deve contemplare benefici e costi (di medio periodo). Nonostante il diffuso attuale fervore per gli stimoli fiscali, si tratta di una faccenda che resta controversa almeno per ciò che riguarda l’efficacia. Lasciamo da parte il livello teorico della controversia, che ci porterebbe lontano, e inquadriamo il problema, per quanto è possibile, dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Sul piano quantitativo, la capacità effettiva di stimolo della politica fiscale è molto difficile da misurare - utilizzando i cosiddetti moltiplicatori fiscali - nelle circostanze straordinarie che stiamo attraversando. Come ammette lo stesso Ocse, che ha dedicato alla questione un intero capitolo del suo ultimo “outlook”. In ogni caso, la conclusione dell’Ocse è che, soprattutto per i paesi come il nostro più integrati internazionalmente, questi moltiplicatori sono piuttosto piccoli, in genere inferiori all’unità (sia nel caso di un aumento della spesa sia in quello di una riduzione delle imposte). Bisogna tener conto che stiamo parlando della politica fiscale discrezionale, ossia degli interventi (in genere transitori) che si aggiungono ai cosiddetti stabilizzatori automatici che operano durante il ciclo indipendentemente dalle decisioni contingenti dei governi. Ovviamente c’è una correlazione inversa tra la dimensione dei pacchetti fiscali discrezionali e l’ampiezza degli stabilizzatori automatici in funzione nei vari paesi. Per inciso, da questo punto di vista, il governo italiano è intervenuto correttamente, attraverso una ricomposizione della spesa, per cercare di potenziare l’effetto “sociale” di questi stabilizzatori.
Sul piano qualitativo, la storia ci può dare una mano. Se prendiamo un episodio recente, il cosiddetto decennio perduto del Giappone (gli anni Novanta del XX secolo), constatiamo che nonostante lo stimolo fiscale sia stato usato in maniera aggressiva (il Giappone è il paese Ocse con il più alto debito pubblico in rapporto al pil) i risultati sono stati modesti. E se poi risaliamo all’indietro sino alla Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso, osserviamo che gli Stati Uniti, nonostante i mega pacchetti fiscali di FD Roosevelt, uscirono veramente dalla crisi solo attraverso l’eccezionale aumento della spesa militare che culminò con l’entrata in guerra. Ecco, questo è un argomento sul quale gli economisti hanno visioni differenti. Jeffrey Sachs, ad esempio, vorrebbe che gli Stati Uniti limitassero la loro spesa militare e aumentassero gli aiuti ai paesi poveri (Le Scienze, aprile). Al contrario, Gustavo Piga vorrebbe che i paesi europei portassero la spesa militare al livello degli Usa, dal 2 per cento attuale al 4,5 per cento circa del pil (Formiche, aprile). L’esperienza dimostra che la spesa militare è una fonte ineguagliabile di innovazioni tecniche con importanti ricadute civili. Il fatto è che mentre gli Stati Uniti d’America esistono (ed è improbabile che diminuiscano la spesa pubblica per la difesa), gli Stati Uniti d’Europa no (ed è difficile che possano nascere dall’istituzione di un esercito confederato). E quei paesi europei che sono riusciti almeno ad adottare una moneta comune farebbero bene a tenersela stretta.
una versione ridotta di questo commento sul FOGLIO di oggi.
Se non si considera l’inflazione relativa, nel 2009 il pil pro capite dell’Italia sorpasserà quello della Gran Bretagna secondo le previsioni della Economist Intelligence Unit. La tabella, tratta dall’Economist di questa settimana, presenta il pil per persona in dollari calcolato ai tassi di cambio di mercato. Come si può notare, ogni italiano avrebbe 2500 dollari in più di reddito di un britannico. In verità, il reddito pro capite degli italiani è diminuito tra il 2007 e il 2009 (del 2,1%), solo che quello dei britannici è crollato del 28,5%, anche a causa della debolezza della sterlina rispetto all’euro. Tuttavia, se il reddito viene calcolato in parità di potere d’acquisto, una misura più fedele dei livelli di vita relativi perché tiene conto dei differenziali nel costo della vita, i britannici rimarrebbero più ricchi degli italiani del 15% nel 2009 (e anche più ricchi di francesi e tedeschi).
“Vahnich fa affari per conto dei terroristi” Pitman annuì con aria stanca “Questa è la versione condensata. In Medio Oriente la maggior fonte di finanziamento per il terrorismo organizzato, a parte i contributi dei vari governi, è la droga. La comprano, la vendono, ci investono e ne traggono profitto…È questo che fa Vahnich. Si occupa di investimenti per conto di questi bastardi. Investe i loro soldi, li fa fruttare, li rimette in circolo.” “Con i King?” “L’economia funziona allo stesso modo per tutti, repubblicani e democratici, signori della droga e capi di Al Qaeda. I rischi si limitano diversificando gli investimenti. I King sono forti nel settore immobiliare e Vahnich vuole diversificare… “Quindi, si tratta solo di investimenti immobiliari” “Tutto quello che succede nel mondo oggi riguarda il settore immobiliare, Pike. Non li leggi i giornali?”.» Robert Crais, The Watchman, 2007 (corsivo aggiunto).
«Pike lesse finché tutto non gli fu chiaro, poi alzò lo sguardo su Pitman.
Secondo, la misura più efficace per combattere l’evasione consiste perciò nel ridurre le aliquote delle imposte; Terzo, una strategia efficace potrebbe consistere nel seguente mix: vengono ridotte le imposte sul reddito personale e contemporaneamente viene annunciato un inasprimento dei controlli e delle sanzioni. Allo stesso tempo, viene attuata una ricomposizione del prelievo tributario, aumentando il peso dell’imposizione indiretta. Per affrontare in modo rigoroso il problema dell’evasione fiscale, dobbiamo usare il modello della scelta razionale in condizioni d’incertezza. In questo caso, esistono due stati del mondo (il possibile esito di una situazione appunto incerta): in uno viene compiuto l’accertamento fiscale, nell’altro no. Di conseguenza i due corrispondenti beni contingenti sono il “consumo in caso di accertamento” (CA asse orizzontale) e il consumo in caso di mancato accertamento” (CNA asse verticale)... continua
Nessuno, ovviamente, può sapere con certezza a quanto ammonti l’evasione fiscale in Italia. Questa inevitabile ignoranza autorizza chiunque a “sparare” la sua cifra, di modo che la faccenda diventa una specie di leggenda nella quale l’evasione assume le forme di una cosa mostruosa.
Nel 2007, l’ufficio studi dell’Agenzia delle entrate, quando ministro dell’Economia era Tommaso Padoa Schioppa e Vincenzo Visco era il viceministro delle Finanze, rese nota una stima scioccante dell’evasione: 270 miliardi euro! Un quinto circa del pil. In pratica, un terzo della base imponibile effettiva verrebbe “evaso” . Lo studio aveva ricostruito anche una serie storica del fenomeno,a partire dal 1980, dalla quale si ricavava che l’evasione era piuttosto costante in rapporto al pil (20%) nel corso del tempo. In base a questi dati, la pressione tributaria effettiva, per quelli che pagano le tasse, sarebbe superiore al 50% (circa 10 punti % al di sopra di quella uffuciale che non tiene conto dell’effetto dell’evasione).
Secondo i dati dell’Istat, l’economia “sommersa” rappresenta una quota di valore aggiunto compreso tra il 15 e il 17% (2006).
In questi giorni sono circolate cifre meno “mostruose” dell’evasione (100 miliardi).
In ogni caso, quale che sia l’ammontare dell’evasione, quello che possiamo sapere con certezza è l’ammontare del prelievo tributario: il dipartimento delle finanze del Ministero dell’economia ci ha fatto appena sapere che nel 2008 le entrate erariali sono state pari a 422,3 miliardi di €, 4,6 miliardi più del 2007. Un aumento dell1,1% rispetto all’anno prima (+ 0,9% se escludiamo le una tantum).*
Se fossi intervenuto al dibattito organizzato ieri da Repubblica on line (ho dovuto declinare l’invito per il concomitante impegno didattico) avrei detto quali sono le misure più efficaci per combattere l’evasione. Tali misure sono suggerite dal buon senso e, come spiego più avanti in dettaglio, dalla teoria economica.
Primo, il punto chiave da cui partire è il seguente: quanto più sono alte le tasse, tanto più risulta conveniente evaderle;
su political economy
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*[Per inciso, le imposte dirette sono cresciute del 3,9%, mentre le indirette sono diminuite del 2,1% (in particolare Ires – 6%, Iva – 1.6%). Le imposte sul patrimonio e sul reddito hanno raggiunto nel 2008 i 231,5 miliardi di € (+ 8,6 miliardi), le tasse e le imposte sugli affari sono scese a 141,9 miliardi (- 2,2 miliardi)].
Il consiglio dei ministri ha discusso oggi ma non varato (non un buon segno) il ddl contenente il "pacchetto casa" del governo. Nel quale ci dovrebbe essere la derugulation del mercato costruzioni. Il cui effetto è facile da prevedere sulla base del modello dellla domanda e dell'offerta. La riduzione dei costi di produzione spinge verso il basso la curva dell'offerta: le quantità aumentano e i prezzi scendono. Il processo di aggiustamento comporta un equilibrio di lungo periodo nel quale la curva di offerta è più elastica.
L'articolo
Silvio Berlusconi, che in fondo si sente più un benevolo sovrano che un democratico primo ministro, non disdegnerebbe che fosse chiamata «Lex Silvia», come gli hanno suggerito il ministro Tremonti e il consigliere giuridico Ghedini (qui nel ruolo di gentiluomini di corte). Del resto, poiché è il frutto di un suo lampo notturno, sarebbe un nome giustificato per il “pacchetto casa” che dovrebbe essere discusso oggi dal consiglio dei ministri. «Lex Silvia», dunque. I propositi del governo, resi noti già da qualche giorno sia pure in forma di “work in progress”, hanno subito suscitato un coro di commenti rumorosi, rigorosamente dissonanti. Il che non è per niente sorprendente visto di cosa si tratta. Ossia, dell’annuncio della deregolazione del mercato delle costruzioni.
continua
Sul Mou, che ha detto di tutto e di tutti, hanno già detto tutti di tutto (e non è finita). Quale delle due risposte è quella giusta? Dipende da quale è il mondo nel quale viviamo. Un mondo dove l’errore non è sistematico, le competizioni come i mercati sono perfetti, e alla fine anche se vince la squadra più forte tutti stanno meglio? Oppure un mondo che è un gioco a somma zero, nel quale non basta essere la squadra più forte perché serve anche una strategia vincente che non lascia nulla agli sconfitti?
Anche questa volta l'Inter è uscita dalla Champion prima della Roma.
Il mio pensiero su Mourinho (formulato in un articolo sul FOGLIO del 10 marzo scorso qui), è il seguente:
Uno straparlare rintronante. Bislacco in alcuni interstizi logico-lessicali tanto del Mou quanto dei suoi analisti.
Ha detto il Direttore, il più invaghito di tutti. Ha detto il Berselli. Ha detto la Gagliardi. Ha detto il Dotto. E hanno detto i Giuli, i Crippa, i Pace. E tutti gli altri di cui mi sono dimenticato cosa hanno detto**.
E ha detto anche il Rocca. E quello che ha detto Christian Rocca**, un arci-juventino che riconduce il reale ad una brana bi-dimensionale in bianco e nero, mi serve a spiegare come la penso sul Mou. Attraverso una domanda. Ma se in quel mirabile anno poi trasformatosi nell’orribile 2006, la Juve era quello che era – “novantuno punti, teste di cazzo” (Mughini), “praticamente la nazionale campione del mondo” (Moggi) – come mai è uscita ai quarti della Champions League, segnando zero gol all’Arsenal, come una qualsiasi Roma (l’Inter no, l’Inter esce agli ottavi)?
Insomma, come si spiegano questi zero-titoli-internazionali?
Alla domanda si possono dare due tipi di risposta.
La prima è che “la palla è rotonda”, l’Arsenal è stato più forte, è mancata un po’ di suerte. Cioè il calcio come “mistero agonistico cum cabala” (Brera).
La seconda risposta è quella che avrebbe potuto dare uno come il Mou, questo impareggiabile manipolatore delle regole dell’interazione strategica studiate dalla teoria dei giochi. E la risposta è: zero-favori-arbitrali. Insomma gli zero-titoli-internazionali si spiegano con gli zero-favori-arbitrali a livello internazionale.
Il Mou, che è un vincente fino a prova contraria, appartiene al secondo mondo. Come Moggi. Insomma Mourinho come “lo juventino perfetto” (Rocca).
Però al Mou non basta una strategia vincente per prevenire gli avversari. Gli serve anche batterli sul campo gli avversari. Questo è un problema, perché sinora la sua Inter è stata un esempio perfetto di ciò che Zeman chiama “il risultato separato dalla prestazione”. E perciò Mourinho, lo “juventino perfetto”, rischia di trasformare la sua Inter nella “Juve perfetta”, cioè zero-titoli-internazionali. Ma a questo ci era già arrivato Roberto Mancini.
Insomma per il Mou si tratta di passare alla storia o come uno dei più grandi attori della teoria dei giochi o l’allenatore che fece vincere all’Inter la coppa dei campioni.
Ma comunque vadano le cose, il Mou non sarà mai quel “perdente di successo” che fu Zeman. Chi sia meglio è una questione di filosofia (e di colori).
Aridatece Zeman.
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* molti di questi interventi si possono trovare sul Foglio on line, http://www.ilfoglio.it
** l'articolo di Christian Rocca, uscito sul Foglio il 5 marzo, si può leggere sul suo blog Camillo qui.
Gli speculatori non si fidano I consumatori non si fidano. Le banche non si fidano di prestare soldi (anche se li hanno) perché temono l’insolvenza dei debitori, e mentre i titoli bancari crollano in borsa gli speculatori non si fidano a comprare azioni perché si aspettano che il loro prezzo continui a scendere e mentre questo accade erodendo la ricchezza finanziaria dei risparmiatori, i consumatori non si fidano a spendere anche quando il loro reddito non è cambiato e preferiscono risparmiarne una quota maggiore con la conseguenza che le imprese perdono clienti e non si aspettano di trovarne di nuovi.
Se nei prossimi mesi non ci saranno cambiamenti, allo stato poco probabili da aspettarsi, quest’anno si potrebbe chiudere con una riduzione del Pil italiano del 2,6 per cento rispetto al 2008. Ciò, come mostra il grafico, riporterebbe il Pil al livello di cinque anni fa (circa 1238 miliardi di euro 2000).
Un bel balzo all’indietro. Al 2004.
Non c’è da essere ottimisti e infatti gli italiani, come gli europei gli americani e gli asiatici, non lo sono. Il problema di questa crisi sta proprio qui, nella perdita della fiducia. La quale è divenuta la risorsa più scarsa sul mercato.
Nessuno si fida più.
I banchieri non si fidano
Gli imprenditori non si fidano
Allora che si fa?
Intanto cominciamo a guardare con più attenzione a questo grafico. Se lo facciamo scopriamo non solo che il pil è tornato quello di quattro anni fa e che la recessione da noi è cominciata un anno prima che nelle altre grandi economie (quella del Giappone esclusa). Ma anche che, e questo è il fatto positivo che si tende a trascurare (soprattutto quando le cose vanno male) il pil ha continuato a crescere in tutti questi 40 anni, pure tra alti e bassi. Dal 1970 ad oggi, questa crescita ha permesso un aumento costante del reddito degli italiani, nonostante le fluttuazioni le crisi gli shock. Se prendiamo l’intero periodo mostrato nel grafico, questa crescita è stata in media del 2,1 per cento l’anno. Un tasso di crescita neanche disprezzabile se fosse mantenuto nel futuro. Ma questo è difficile che accada se non avvengono quei cambiamenti strutturali necessari a rendere solida la nostra crescita di lungo periodo. Infatti questa media del due per cento è il risultato di un andamento persistentemente declinante del tasso di crescita. Esso era del 3,8% nel decennio 1970-80, del 2,5% in quello successivo, dell’1,6% nel decennio 1990-2000, ed è piombato allo 0,8% in questi primi dieci anni del nuovo millennio. Un ritmo di crescita che condanna ad un fatale declino la nostra economia.
Ciò che ci serve non sono le politiche anticicliche della domanda (che come s’è visto non sono servite a niente, nonostante siano state impiegate aggressivamente, durante il “decennio perduto” dal Giappone). L’obiettivo del governo italiano dovrebbe essere la crescita di lungo periodo. Da questo punto di vista il piano di investimenti infrastrutturali (18 miliardi) va bene. Anche l’elevamento dell’età pensionabile (non solo delle donne) va bene. Ma non basta. E non è un problema di singoli interventi, ma di una visione complessiva che ponga al centro la crescita di lungo periodo. Se c’è questa visione strategica, le misure coerenti con essa sono relativamente facili da trovare. Anche dal punto di vista politico e sociale. E anche a costo di affrontare deficit di bilancio transitori che i mercati non penalizzeranno se giustificati da riforme strutturali che rendono più solida la crescita e le finanze pubbliche nel lungo periodo. Anche perché l’alternativa è che le cose vadano peggio come anche questo grafico dimostra.
Come si vede dalla tabella dell’Istat (di sotto), tutte le componenti della domanda aggregata hanno contribuito a questa performance negativa ad eccezione delle esportazioni nette. E questa tenuta dell’esportazioni è l’unico dato incoraggiante dello scenario. Inoltre tale dato è in contrasto (almeno per il 2008) con le congetture di alcuni economisti (tra cui Guido Tabellini) secondo le quali in questa recessione la “distruzione creatrice” opererebbe in modo perverso, selezionando non le imprese più competitive e innovative ma quelle più protette (vedi qui un post precedente di approfondimento).
Nei 40 anni del periodo 1970 2009, il pil italiano è “caduto” solo tre volte: nell’anno passato, nel 1993 e nel 1975. In termini di tassi di variazione, la “caduta” del 2008, - 1 per cento, è comparabile per dimensione a quella del ’93 (-0.9%), ed è la metà di quella del ’75 (-2%). In tutti i due casi precedenti, la ripresa fu immediata, nel senso che l’anno successivo l’economia italiana tornò a crescere a tassi sostenuti (addirittura + 6.5% nel ’76, e + 2.2% nel ’94). È improbabile che questa dinamica si ripeta anche per questa recessione (nel grafico ho ipotizzato ottimisticamente per il 2009 una riduzione nel tasso di crescita "solo" dello 0.4%). 
dunque, aridatece Zeman.
di Ernesto Felli e Giovanni Tria* *il Diario di due economisti sul Foglio di oggi è stato scorciato in modi che hanno reso incomprensibili alcune parti. Questa è la versione originale integrale; l'immagine, foto dell'anno secondo World Press 2008, ritrae la perquisizione di una casa pignorata a Cleveland, Ohio (Time Magazine); un approfondimento (in particolare della posizione di Jeff Sachs) su Political Economy qui
Che gli economisti fossero finiti nell’angolo dei cattivi non c’era parsa una grande disgrazia. Anzi. Ma non perché pensassimo che essi fossero colpevoli di ciò di cui venivano accusati, cioè di essere corresponsabili con le loro teorie di una crisi che non erano stati capaci di predire. È che pensavamo che le virtù della “distruzione creatrice”, delle quali non avevamo mai dubitato, avrebbero finito per influenzare anche loro e le loro teorie, selezionando il materiale più innovativo ed efficiente. Per questo motivo avevamo contemplato con una certa flemma il variopinto scenario circostante. Le piroette dei cosiddetti liberisti rinati attivisti, le intimazioni al silenzio dei ministri anti-cinesi, le giaculatorie dei sapientoni ex-post. E anche le inevitabili ironie che persino dalle colonne di questo giornale si riversavano sulla professione. Anzi avevamo addirittura gustato lo sfottò di Lanfranco Pace che si scopriva convinto più dalla mente di Monica Bellucci che dal(la) corpo(razione) degli economisti. I quali, incapaci di comprendere il potenziale macroeconomico della originalissima proposta di Monicà di pagare un salario alle casalinghe, restavano fermi alle solite obiezioni contabili. Per di più volgari.
D’altra parte come dar torto a Lanfranco Pace se, in una situazione drammatica come questa, finanche gli economisti americani si dividono sulle cose elementari da fare. A cominciare dal famoso stimolo fiscale, rispetto al quale la schermaglia sembra più roba da prodotti rivali di un sexy-shop che di visioni contrastanti di policy. La contesa è infatti tra la squadra del “too small - too late” contro quella del “too big - too short (run)”. Paul Krugman (Princeton) e Joseph Stiglitz (Columbia) perseverano a denunciare che il pacchetto varato da Obama, che sfiora il trilione di dollari, non è sufficiente (“too small”) e rischia di essere intempestivo (“too late”); Jeffrey Sachs (Earth Institute, Columbia University) vede nelle politiche di stabilizzazione di Obama il rischio contrario di un effimero miglioramento di breve periodo (“too short-run”) pagato con un peggioramento della crisi negli anni futuri (“too big”). La verità è che l’efficacia delle aggressive politiche di stabilizzazione decise da Obama (non solo il pacchetto fiscale, ma anche il “quantitiy easing” della Fed) è soggetta non tanto ai dubbi degli accademici quanto all’incertezza dei mercati. In particolare di quelli finanziari, i quali si aspettano, viceversa, una risposta chiara ai problemi delle banche e delle altre istituzioni sotto stress. Una chiarezza che finora è mancata. Un ritardo, questo sì, che aumenta l’incertezza giacché le opzioni in gioco sono alquanto estreme, visto che si va dalla “bad bank” alla nazionalizzazione dei principali istituti. Ovviamente anche su questa cruciale materia le opinioni degli economisti sono divise. Comprese le nostre. Sebbene entrambi siamo persuasi che siano necessarie soluzioni pragmatiche purché rapide, uno di noi ritiene la nazionalizzazione giustificata in queste condizioni (per rimettere in moto il sistema) mentre l’altro l’aborre e trova preferibile persino un espediente ingegnoso come quello proposto da Ricardo Caballero (www.lavoce.info) – lo stato si impegna ad acquistare sino al doppio delle azioni oggi in circolazione ad un prezzo due volte maggiore di quello medio recente ma tra cinque anni.
Nel frattempo, avremo tutto il tempo per riflettere sulle lezioni che questa crisi può suggerire. Lezioni per gli economisti, senza dubbio, ma anche dagli economisti.
Sei anni fa Bob Lucas, rivolgendo all’American Economic Association il suo indirizzo presidenziale, dichiarò risolto il problema chiave, alla base della nascita stessa della macroeconomia come disciplina separata, la prevenzione dei disastri economici. In realtà questo ottimismo era ingiustificato. Sebbene la volatilità aggregata è diminuita straordinariamente dagli anni cinquanta in poi (anche grazie alle politiche keynesiane di stabilizzazione), il ciclo economico lotta ancora insieme a noi e il pericolo delle depressioni non è scongiurato. Quali ripensamenti delle nozioni care agli economisti siano necessari e fino a che punto questo ripensamento debba essere spinto è materia per un altro Diario. Può essere che il paradigma dominante, quello della Nuova Macroeconomia Classica, debba essere ripensato. Bisogna capire quanto profondamente. È certo che questo paradigma trascura le implicazioni dell’informazione limitata, dell’incertezza, della piattaforma istituzionale e delle esternalità che possono scaturire dall’interazione di questi fattori in presenza di innovazioni come quelle finanziarie che aumentano le correlazioni nel comportamento degli agenti economici. Tuttavia, anche se questa crisi globale sarà tutt’altro che indolore, essa resterà un episodio (da confrontare con la lunga espansione degli anni precedenti). Un episodio che ci costerà vari punti percentuali di pil, certo. Ma niente in confronto ad un rallentamento anche piccolo del ritmo della crescita di lungo periodo che in pochi anni determinerebbe perdite cumulate molto superiori. Ed è questa la lezione che ci viene dalla teoria economica. Sacrificare la crescita economica per contrastare la crisi attuale sarebbe un errore, anche perché ci sarebbero i modi per rendere compatibili i due obiettivi. Una lezione particolarmente seria per l’Italia che da anni è bloccata da una crescita anemica.
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Nouriel Roubini si vanta di aver previsto il meltodown finanziario americano e di averlo solo sottovalutato un pochino (nell’agosto 2008 aveva detto che le perdite delle banche sarebbero state un trilione di dollari, ora dice due trilioni – La Repubblica 26 febbraio). Nouriel Roubini, professore associato alla New York University nonché ricercatore del Nber (Boston) e del Cepr (Londra), è uno che se ne intende. Però è uno a cui piace da morire predire i disastri economici. Nel gennaio 2006 Roubini prevedeva che l’Italia sarebbe stata costretta a ripudiare sia l’euro sia il debito pubblico sprofondando nell’abisso. I profeti di sventura a volte ci azzeccano a volte no – a volte elaborano persino argomenti coerenti. La probabilità che questo succeda a Roubini è in genere bassa. Ora, ad esempio, è convinto che la nazionalizzazione sia l’opzione migliore per salvare le banche americane. Ma le sue ragioni non persuadono per niente.
Quanti sono gli stranieri residenti in Italia? Dipende. In realtà, l’aspetto quantitativo che serve meglio a spiegare, insieme ad altre cose, la crescente reazione di rigetto degli italiani, riguarda la dinamica del fenomeno. L’incremento tra il 2007 e il 2008 è stato di 493 mila unità. Si tratta di un accrescimento molto rapido, tumultuoso. Nel 2003, gli stranieri residenti erano 1.549.373. Quindi in 5 anni sono cresciuti di quasi due volte e mezzo (un aumento del 120%). È evidente che si tratta di una crescita disordinata. Perciò la disciplina di questi flussi è necessaria.
Meno di tre milioni e mezzo secondo Istat, quasi quattro secondo Caritas (all’inizio del 2008).
Troppi?
In base al dato Istat, si tratterebbe del 5,8 per cento della popolazione italiana, che è grosso modo la media Ue (6%). In cifre assolute, 3.432.651 contro 59.619.290 (circa due milioni di questi stranieri sta al nord, un milione al centro e il resto al sud).
Uno stato minimo ma forte non dovrebbe trovare difficoltà a regolare tale flusso in modo da renderlo compatibile con uno sviluppo ordinato della nostra società.
Uno stato minimo ma forte significa uno stato che fornisce nel modo più decente ed efficiente possibile quei pochi beni pubblici essenziali alla vita sociale ed economica - principalmente sicurezza giustizia istruzione - senza pretendere, al contrario, di ingerirsi in ogni faccenda che riguarda i cittadini, le loro preferenze individuali, le scelte che riguardano la loro vita privata.
Le crisi come l’attuale acutizzano le reazioni irrazionali in generale, e in ogni caso la sensibilità nei confronti degli stranieri. Più facilmente di quanto accada in tempi normali questa sensibilità si trasforma nella percezione dello straniero come di un pericolo. Il fatto che un gran numero di questi stranieri sia necessario e utile alla nostra società e alla nostra economia (secondo Caritas gli stranieri producono il 9% del pil e hanno pagato quasi 4 miliardi di tasse) non toglie che gli atti di criminalità compiuti da stranieri accresce il disagio e il rigetto.
Quindi non si tratta di essere pro o contro.
D’altra parte, questo paese ha una grande tradizione cosmopolita che risale alle sue origini. Non solo essa è stata il teatro di grandi migrazioni colonizzatrici – a cominciare dalla Magna Grecia – che hanno fatto dell’Italia quella che è. Ma con Roma ha dimostrato di saper assorbire (grazie al suo ius) una grande quantità di persone provenienti dalle regioni e dalle “culture” più disparate. Si trattava di schiavi (potenziali liberti e poi uomini liberi), ossia di persone in condizioni non tanto differenti da quelle degli odierni “disperati” che vengono dal mare. Già perché da secoli l’Italia è meta degli sbarchi di stranieri che vengono dal mare. E non sempre, come si sa, si trattava di sbarchi pacifici.
(si veda al riguardo l’articolo di Alessandro Barbero sul Sole 24 Ore di domenica scorsa e il suo libro Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell'impero romano, 2006, Laterza)
EE Non proprio a mente fredda, sebbene qualcosa di molto freddo fosse alla fine emerso, Giuliano Ferrara ha scoperto quale sia la vera questione del caso Englaro. Sarebbe quella posta dal cardinale Ruini “quando ha detto che non si può essere cattolici e al tempo stesso credere nell’autodeterminazione della propria vita (e della propria morte)” (cito Ferrara dal FOGLIO del 16 Febbraio). Tutto questo lo capisco, tutto questo ha un senso. Tuttavia a questo punto per un non cattolico ci sono due problemi.
Dunque l’essere cattolici sarebbe incompatibile con il credere nell’autodeterminazione dell’uomo.
Si tratta di un’affermazione incomprensibile. Pur non essendo un esperto di pensiero cristiano, e tanto meno di teologia, persino a me non era sfuggito che da Agostino e Tommaso sino a Leibniz, il concetto di autodeterminazione, variamente inteso, fosse parte dei principi cristiani, inclusi quelli cattolici. Autodeterminazione come autocausalità – causa sui /autopraghia (anche se ovviamente Tommaso aveva precisato che la causa prima restava Dio).
Naturalmente, io comprendo cosa Giuliano Ferrara abbia in mente quando, con Ruini, asserisce questa incompatibilità tra credenza nel Dio dei cattolici e credenza nell’autodeterminazione degli uomini. È la sua battaglia per la dimensione metafisica della persona, negata dal naturalismo solipsistico e secolarizzato del pensiero postmoderno. D’accordo, questo lo capisco (anche se la vedo diversamente). E capisco anche che per un cattolico per il quale l’autodeterminazione non è messa in discussione (come naturalmente avviene per un non-cattolico), il problema sia il limite di tale autodeterminazione. E immagino che per un cattolico un limite possa essere trovato nel concetto di “sacralità della vita”. Un concetto che spiega il ripudio dell’eutanasia e, come abbiamo appreso nella disputa sul caso E, anche il rifiuto della sospensione dell’assistenza alimentare e idrica ad un malato (qualunque siano le sue condizioni).
Primo, il concetto di “sacralità della vita” deve essere elaborato in modo da rispondere ad una domanda principale e ad una subordinata: a) cos’è vita? b) è vita anche il cosiddetto stato vegetativo permanente?
Secondo, se si nega l’autodeterminazione, il problema del male diventa molto serio. Parlo della giustificazione del male al cospetto di un Dio buono, onnipotente e onnisciente, che è parte del pensiero monoteista. La credenza nell’autodeterminazione, ad esempio, permette di attribuire l’incidente automobilistico di EE non a Dio ma agli uomini (e al caso). Viceversa, il rifiuto dell’autodeterminazione rende critica la natura di un tale Dio.
Un approfondimento su Political Economy, qui. Altri post sull'argomento cliccando sulle categorie filosofia, religione nella colonna destra.
Ma per quale motivo il livello del prezzo dovrebbe essere predeterminato nel breve periodo? L’equilibrio iniziale è A dove ogni impresa produce massimizzando il profitto in corrispondenza dell’eguaglianza tra costo e ricavo marginali. Una riduzione della domanda aggregata riduce il prodotto aggregato e quindi sposta verso l’interno la curva di domanda. Anche la curva del ricavo marginale si sposta e perciò se una singola impresa non cambia il prezzo, il nuovo equilibrio è B. Al corrispondente livello di prodotto, il ricavo marginale eccede il costo marginale e perciò l’impresa ha qualche incentivo a ridurre il prezzo, pagando un piccolo costo del menu, e ad aumentare l’output. In tale caso essa produrrà nel punto C dove costo e ricavo marginali sono eguali. L’area del triangolo mostra i profitti addizionali di questa scelta. Per mantenere fisso il prezzo, tale area deve essere piccola. Tuttavia, l’incentivo a ridurre il prezzo da parte di una singola impresa può essere scarso anche in presenza di una caduta significativa della domanda se le altre imprese non riducono a loro volta il prezzo. Questa è l’esternalità della domanda aggregata. Perciò non c'è contraddizione tra l'osservazione che le recessioni possono avere costi elevati e l'ipotesi che questi sono causati da riduzioni della domanda aggregata e da modeste barriere (costi del menu) all'aggiustamento del prezzo.
L’utilità delle politiche di stabilizzazione del ciclo, di cui si parla così tanto e così a sproposito di questi tempi, dipende dal fatto che i prezzi siano (relativamente) flessibili o vischiosi NEL BREVE PERIODO. Il famoso apparato keynesiano IS-LM, secondo il quale tali politiche sono efficaci nel riportare il prodotto e l’occupazione sui rispettivi livelli di equilibrio di lungo periodo, è basato sull’ipotesi che i prezzi siano predeterminati. Nella riformulazione del modello in termini di domanda e offerta aggregate, ciò implica che la curva dell’offerta aggregata (AS) sia piatta (o inclinata positivamente) in corrispondenza del livello predeterminato del prezzo (fissato tale livello le imprese soddisfano tutta la domanda che possono senza modificarlo) e che perciò spostamenti della curva della domanda aggregata (AD) provocati dalle politiche di stabilizzazione siano in grado di spostare anche il prodotto di equilibrio verso il livello di lungo periodo.
I critici del modello keynesiano hanno obiettato che si tratta di un’ipotesi arbitraria in contrasto con la teoria microeconomica, accettata da tutti, e basata sul modello market clearing -flex price. Ossia, i prezzi sono flessibili e puliscono il mercato dagli eccessi di domanda/offerta. Dal lato dell'offerta, le imprese massimizzano il profitto scegliendo un livello di prodotto in corrispondenza dell’eguaglianza tra costo e ricavo marginale e ricavando sulla curva di domanda l'associato prezzo ottimale. Il quale viene modificato ogni volta che tali condizioni marginali si modificano (come avviene se c’è uno spostamento della curva di domanda). Per questo motivo, gli economisti neo-keynesiani hanno dedicato un certo sforzo a formulare modelli che spiegassero l’ipotesi di prezzi vischiosi senza abbandonare i principi della teoria microeconomica. Uno di questi modelli è quello dei "costi del menu" che, unito all’ipotesi di un’esternalità della domanda aggregata, è in grado di fornire una spiegazione microfondata dell’utilità delle politiche di stabilizzazione nel contrastare le recessioni.
I costi del menu sono quei piccoli costi fissi di aggiustamento connessi con il cambiamento dei prezzi come quando i ristoranti sono costretti a riscrivere i menu, le imprese i listini, i supermercati le etichette dei prezzi, etc. La loro entità non è necessariamente modesta, perché i costi del menu sono una metafora dell’inerzia mentale e al fastidio associati in genere ai cambiamenti, inclusi quelli dei prezzi, e che accomuna produttori e consumatori.
Tuttavia l’inerzia connessa con i “costi del menu” può trasformarsi nel suo contrario, ossia in un fattore di efficienza con l’introduzione della nuova tecnologia RFID (Radio Frequency Identificazion) che permette l’uso di tag elettronici. Questa tecnologia può sostituire bande magnetiche e codici a barre (è quella usata ad esempio nei nuovi passaporti). La corporation americana Altierre ha messo a punto degli scaffali e bancali merci digitali collegati senza fili ad un computer che gestisce ogni aspetto dei prodotti esposti (un articolo del WSJ sull’argomento si può leggere qui). I cartellini del prezzo (e della descrizione del prodotto) sono sostituiti da un display. L’innovazione non si limita a favorire una riduzione dei costi diretti (un supermercato con una catena di 100 outlet consuma 5 milioni di fogli di carta l’anno più l’inchiostro e lo smaltimento) e di quelli indiretti (compreso quello del personale addetto alla preparazione e alla sostituzione delle etichette, etc.). Perché può rendere i prezzi flessibili quasi come in un mercato d’asta, lubrificando il matching tra domanda e offerta per ogni prodotto, publicizzando e gestendo le promozioni ordinarie e quelle speciali – ad esempio lanciando sconti flash in chiusura di giornata per smaltire i prodotti freschi invenduti, etc.
La Roma scavalca l’Inter, oltre che nel gioco, anche nei risultati economici. In base all’analisi Deloitte dei ricavi 2008 (QUI il post dell’anno scorso), la AsRoma occupa ora la nona posizione nei Top Ten, davanti l’Inter e dietro il Milan. Number One resta il Real, inseguito da Manchester Utd e Barcellona.
Nel grafico sono confrontati i ricavi per gli anni 2007 (colore giallo) e 2008 (colore rosso), mentre la barra blu misura la variazione tra i due anni (positiva o negativa); il numero tra parentesi dopo il nome della squadra indica la posizione occupata nel 2007.
Oltre la Roma, salgono Bayern (di tre posizioni) e Liverpool, scendono Inter Milan Arsenal e Chelsea, restano stabili Real ManUtd e Barcellona. In termini monetari, l’aumento dei ricavi riguarda tutte le società, tranne Chelsea Milan e Inter che registrano una contrazione. L’incremento maggiore è ottenuto dal Bayern (ben 72 milioni); il miglioramento della Roma (+17.8) è inferiore solo a quello del Barcellona (+18.7) tra il resto delle squadre che hanno aumentato i ricavi. La performance peggiore è dell’Inter (-22.1 milioni), seguita da Milan (-17.7) e Chelsea (-14.1). Non casualmente i team dei tre “paperoni” del calcio europeo.
2 Per poggiare su basi più solide quanto affermato nei due post precedenti, ecco alcune statistiche di confronto internazionale. LEGGI di INIZIATIVA GOVERNATIVA: % SUL TOTALE 2006 2007 Francia 83.0 92.0 Germania 82.5 85.3 Regno Unito 96.4 87.1 Spagna 81.0 83.0 Italia 73.8 86.8 Media 83.3 86.8 Fonte: Osservatorio sulla legislazione 2008, Camera dei deputati Per l’Italia, le due osservazioni si riferiscono essenzialmente alla XV legislatura (iniziatasi nell’aprile 2006), ossia al governo Prodi. Come si vede, il dato italiano è nella media per quanto riguarda il 2007 ma inferiore del 10% nel 2006. Nel grafico sono posti a confronto, per il periodo 1995–2007, gli stessi paesi della tabella. La variabile considerata, leggi ordinarie emanate, è la nostra proxy del volume di produzione legislativa. La produzione legislativa dell’Italia, linea blu, sembra caratterizzata da un trend decrescente. L'output normativo sino al 2000 è crescente, poi inizia a scendere (con due interruzioni nel 2003 e nel 2005). C’è da dire però che il biennio finale, 2006-7, è quello del Governo Prodi, ossia uno dei più instabili dell’esperienza italiana. Si può congetturare che detta instabilità, che ha determinato la fine prematura della XV Legislatura (28/4/2006-6/2/2008), abbia influito anche sulla produzione legislativa, in particolare di leggi ordinarie (107 nel 2006 e solo 68 nel 2007). Si noti che, comunque, il 2007 è stato caratterizzato dall’emanazione complessiva di 189 atti tra leggi (68), decreti legislativi (64), decreti legge (19) e regolamenti di delegificazione (38).
Intanto, come si vede da questa tabella, in tutti i paesi considerati, che pure hanno sistemi politici differenti (si va dal sistema semi-presidenziale francese e da quello di premiership britannico a quelli misti di Spagna Italia e Germania), i governi hanno una netta preponderanza nell’iniziativa legislativa.
Ovviamente, nei due paesi i cui sistemi sono caratterizzati da una minore “centralità” delle assemblee parlamentari, Francia e Inghilterra, la percentuale di produzione legislativa di origine governativa è superiore. Tuttavia, ad esempio, il gap tra Italia e Regno Unito, che nel 2006 era superiore a 20 punti, nel 2007 si riduce a pochi decimali.
Da questi dati, non si può quindi ricavare alcunché a sostegno delle ipotesi che i) l'efficienza del governo dipende dalla forma dello stesso; ii) la forma di governo ne vincola in modo drastico l’iniziativa legislativa.
Veniamo ora alla produzione legislativa.

In ogni caso, la produzione legislativa italiana resta cospicua, e, tanto più se ponderiamo l’impatto del biennio 2006-7, che ha caratteristiche anomale come s’è detto, risulta essere la più imponente insieme a quella tedesca (linea gialla), e superiore sia a quella della Francia (linea rossa) sia del Regno Unito (linea nera) – i due paesi che hanno sistemi di governo con esecutivi più forti - sia della Spagna (linea viola).
Come dimostrano i continui pressanti appelli a “far presto” che Obama rivolge da settimane al Congresso che non ha ancora deciso sul suo pacchetto di stimoli fiscali (su Political Economy è possibile leggere il testo integrale della e-mail con la quale il presidente americano sta cercando di puntellare le sue policy), neanche nei regimi presidenziali integrali, come quello Usa, il capo dello stato sfugge alle limitazioni ai vincoli e ai freni del sistema di pesi e contrappesi di cui sono fatte le democrazie rappresentative. Certo esistono anche i sistemi presidenziali di stampo caudillesco come quelli di alcuni regimi pseudodemocratici dell’America del Sud. Sono questi regimi (o quello dell’amico Putin) che ha in mente Silvio Berlusconi? Il quale ha scatenato un aspro scontro istituzionale sulla “questione englaro” dopo averla ignorata a lungo - giacché sono passati almeno sei mesi dalle prime deliberazioni delle corti su questo tema. Si noti che come l’ha ignorata lui, così ha fatto tutto lo schieramento che lo sostiene (con un’ampia maggioranza parlamentare), nel quale ora scopriamo una moltitudine di inspirati paladini pro-life, i difensori della cosiddetta “cultura della vita” (che questa estate hanno lasciato completamente da solo Giuliano Ferrare a distribuire bottigliette di acqua minerale). La domanda è se l’auspicabile efficienza dell’azione di governo deve essere ottenuta trasferendo l’esercizio della funzione legislativa dalle camere, a cui l’attribuisce l’attuale costituzione (art. 70), esclusivamente al governo, al quale l’attuale costituzione riconosce ovviamente la potestà di proporre leggi (art.71), ma gli vieta di farle (art.76) salvo “in casi straordinari di necessità e urgenza” emanando decreti (art.77). Berlusconi non ha capito che quel sistema che rafforza i poteri di governo del primo ministro che egli vagheggia (e che in parte è stato già realizzato con l’indicazione del premier sulle schede elettorali) deve al contempo rafforzare i poteri del parlamento.
Berlusconi pone un problema serio, quello dell’efficienza dell’esecutivo (dell’azione di governo), in un modo del tutto sbagliato, ossia tentando di minare per quanto gli è possibile i contrappesi disegnati dalla costituzione italiana vigente - presidente della repubblica, corti, etc.. E soprattutto parlamento, il quale in questi primi mesi di governo Berlusconi è stato praticamente svuotato della funzione attribuitagli dalla nostra costituzione: la funzione legislativa. Su 45 leggi approvate sino a qui nella presente legislatura 44 sono del governo, 25 sono conversioni di decreti legge (il doppio del governo Prodi); i decreti emanati sono stati sinora 30 (Prodi 16) e risulta che Napolitano li abbia firmati tutti (e lasciamo da parte le statistiche sui voti di fiducia).
Se l’efficienza è intesa come mera possibilità di emanare leggi, senza alcun tipo di limite o controllo che non sia la discrezionalità del governo stesso, allora sia benedetto l’attuale sistema e la lentezza dell’attuale e dei passati parlamenti che ha in parte frrenato l'inondazione di leggi norme e regolamenti che la politica avrebbe voluto.
Ad esempio io NON voglio che una legge regoli il modo di affrontare la morte - fosse solo per il fatto che i politici-legislatori la chiamerebbero in quel modo orrendo e ipocrita - “trattamento di fine vita”.
Michele Fiorini che si è inventato (con la mia complicità) la FIST rule – la regola Fiorini-Felli come Incentivo alla STabilizzazione delle leggi* – mi scrive quanto segue: Non mi va di aggiungere niente (leggi qui un post affine del 19 dicembre), salvo notare che condivido pienamente quello che Michele scrive sulla certezza del diritto. Sul resto, laddove si parla di “uccisioni e salvataggi”, non condivido le sue certezze.
«Sono sempre più convinto che la nostra FIsT Rule abbia un grande futuro, soprattutto se cominciano a fare i decreti e le leggi in tre giorni a seconda di come si sveglia il premier. E per fortuna che stavolta serve a salvare la povera Eluana, pensa se la situazione fosse all'inverso...
Lo so, il "decreto Englaro" sembra la drammatica presa d'atto della morte del diritto. Invece è una reazione difensiva (inconsapevole e scomposta) ad un attentato alla vita del diritto, costituito dalle varie sentenze che hanno autorizzato l'uccisione di un essere umano vivente e incapace di difendersi.
Ora, è vero che la situazione è drammatica e il diritto dovrà subire ancora molte offese, in Italia, prima di riacquistare una dignità, ma credimi quando ti dico che questo passaggio non è più grave di molti altri già avvenuti, solo meno visibili. Il Governo decretante di oggi è lo stesso che opera dalla sua nascita con l'arroganza e la presunzione di chi non sa e non vuole rispettare quella certezza del diritto che ci è cara. E in ciò non differisce dai Governi degli ultimi decenni (do you remember Amato, e la sottrazione notturna dai conti bancari?) e dalla giurisprudenza creativa e politicamente orientata che da troppo tempo ci affligge.»
*clicca sulla categoria regole e vedi i post del 21 luglio - 18 dicembre 2008, e 5 gennaio 2009
Il rischio maggiore che corriamo è che l'invocato stimolo fiscale sia insufficiente e tardivo o che esso danneggi la crescita di lungo periodo?
E' il tema del Diario pubblicato oggi sul FOGLIO (che al solito può essere letto integralmente su Political Economy).
Il Diario comincia così:
«È inevitabile che in situazioni di crisi profonda i governi siano soggetti a forti pressioni. Giacché la crisi è globale, i governi di tutto il modo sono soggetti a queste pressioni. E poiché la crisi è finanziaria ed economica, è anche inevitabile che una parte di queste pressioni sia fatta di attacchi demagogici al sistema capitalistico e di pulsioni protezionistiche. Allora, il rischio maggiore della situazione che stiamo vivendo non è quello connesso alle prevedibili conseguenze macroeconomiche della crisi ma quello connesso alle politiche adottate per contrastare tali conseguenze. Non è che queste conseguenze siano trascurabili in se stesse – i costi economici e sociali della recessione internazionale dipenderanno dall’intensità e dalla durata di essa. Ma queste conseguenze potrebbero essere seriamente aggravate da reazioni sbagliate. Un ragionamento che un numero crescente di economisti non inclini all’attivismo comincia a condividere è il seguente. Una politica fiscale aggressiva è davvero necessaria non soltanto e non tanto per contrastare il ciclo, attenuando le conseguenze macroeconomiche dirette della crisi, quanto per evitare che queste ultime amplifichino la disaffezione popolare e quindi dei politici per il capitalismo. In altre parole, quanto più la recessione sarà ampia, per durata e intensità, tanto più aumenteranno il discredito del sistema capitalistico come lo conosciamo, un sistema di libere imprese in mercati regolati, e la tentazione di allontanarsi da esso. Ergo, una politica di interventi energici, pur con tutti i suoi limiti, è la migliore scelta possibile per contrastare questo rischio.
Si tratta di un ragionamento assennato ma non del tutto convincente. Vediamo perché.
Ci sono tre osservazioni da fare...»
per con tinuare a leggere clicca qui.
Nel ultimo Diario di due economisti (visualizzabile qui – per gli altri approfondimenti vai sul sito gemello Political Economy), si osserva che l’inattivismo anticiclico del governo italiano, ed in particolare del ministro dell’economia, che è criticato a destra e manca, è in realtà giustificato da almeno tre argomenti degni di considerazione. Secondo: gli effetti degli stimoli delle politiche fiscali in deficit sono incerti, tanto più se i margini di manovra sono inevitabilmente ristretti come nel caso dell’Italia oberata da un debito pubblico che, in percentuale del pil, era all’inizio della crisi più di una volta e mezzo quello degli Stati Uniti (104 per cento contro 60%); Terzo: se l’Italia adottasse un pacchetto fiscale più aggressivo di quello molto blando attuale (che vale lo 0,2% di pil) peggiorerebbe la già critica sostenibilità delle sue finanze pubbliche perché lo stock del debito aumenterebbe. Il vero dilemma che abbiamo di fronte non è come conciliare la sostenibilità delle finanze pubbliche con le misure anticicliche richieste dai maniaci dell’attivismo, ma come rendere sostenibili gli interventi strutturali indispensabili alla crescita di lungo periodo.
Primo: la crisi attuale ha cause finanziarie e bisogna cominciare dall’affrontare queste, risolvendo i vari problemi sollevati;
Tuttavia, l’Italia, indipendentemente dal ciclo e dalla crisi attuale, ha debolezze strutturali che devono essere affrontate perché sono responsabili del basso tasso di crescita. E siccome nei pacchetti fiscali adottati dai paesi più sviluppati – Usa Uk Francia Germania Spagna etc – sono presenti importanti piani di investimento in infrastrutture fisiche ed informatiche, il ritardo assoluto e relativo dell’Italia rischia fatalmente di aggravarsi in assenza di interventi da parte nostra.
La crescita di lungo periodo dipende - oltre che dal capitale fisico e umano dal lavoro e dal progresso tecnico - anche da una piattaforma istituzionale che favorisce l’innovazione e la diffusione tecnologica. Le infrastrutture fisiche e informatiche, al pari di un ambiente competitivo, sono fattori essenziali della crescita economica (così come gli investimenti in istruzione e ricerca).
Siccome in una fase di congiuntura fortemente sfavorevole come l’attuale, la riduzione della spesa pubblica è ancora più problematica del normale (anche se non dovrebbe essere scartato il tentativo di attuare alcuni risparmi come ad esempio quelli potenzialmente legati al sistema pensionistico), la monetizzazione parziale del debito aggiuntivo da parte della Bce (come farà la Fed negli Usa) è un’opzione da prendere in seria considerazione.
Ciò ovviamente richiede una decisione politica multilaterale dei governi dell’area €. Sarebbe un esordio molto forte di quella cooperazione nella gestione delle politiche macroeconomiche (e non solo) tanto invocata.
Purtroppo ci sono molte ragioni per essere scettici.
Mi sto divertendo a inserire tutti questi post di previsioni perché la materia è divenuta, per motivi in gran parte capziosi, oggetto di sarcasmo e derisione nei confronti degli economisti. L’accusa è di non aver saputo prevedere una crisi prevedibile. Come ho già scritto e tornerò a scrivere, gli economisti non conoscono il futuro e del presente hanno un’informazione imperfetta. Gli economisti non sono indovini e quando pretendendo di sapere più di quello che sanno sbagliano. Gli economisti non sanno tutto, non sono onniscienti e hanno a che fare, come tutti gli umani, con un mondo dominato da incertezza e informazione limitata. Ma quello che sanno non è poco e non è inutile. PROIEZIONI IMF – OUTPUT, 28 Gennaio 2009 2009 2010 Economie avanzate, di cui: -2.0 1.1 ITALIA -2.1 -0.1 GERMANIA -2.5 0.1 FRANCIA -1.9 0.7 SPAGNA -1.7 -0.1 € AREA -2.0 0.2 USA -1.6 1.6 JAPAN -2.6 0.6 Economie emergenti, di cui: 3.3 5.0 CINA 6.7 8.0 INDIA 5.1 6.5 Mondo -0.6 2.1
Prendiamo le ultime previsioni dell'International Monetary Fund (IMF), che nell’ultimo aggiornamento del World Economic Outlook (WEO) rivede ulteriormente al ribasso le stime sulla crescita. La revisione è dettata dalle informazioni negative che continuano ad affluire ma che in ogni caso sono sempre in ritardo rispetto al presente.
Inoltre, c'è da osservare che queste proiezioni incorporano anche le varie politiche (normative, monetarie e fiscali) messe in atto nei vari paesi per contrastare la crisi. Da parte sua l'IMF ha assunto in documenti e dichiarazioni ufficiali una posizione molto chiara sulla necessità di interventi fiscali energici e tempestivi. Alcuni paesi hanno adottato questa strategia aggressiva - Usa Francia Germania Spagna - altri, come l'Italia no (la sua manovra anticrisi vale lo 0,2% del pil). Ora a giudicare dai numeri della tabella non si capisce bene quale possa essere l’effetto di tali pacchetti fiscali se consideriamo la performance relativa di questi paesi per il biennio 2009-2010. In altre parole quanto valgono i pacchetti fiscali più aggressivi di Germania Francia e Spagna rispetto a quello molto più blando dell’Italia? Si direbbe non un granché, almeno per Germania e Spagna. Solo per la Francia le proiezioni mostrano per il 2010 una performance apprezzabilmente più positiva rispetto a Germania Spagna ed Italia. C’è da dire però che tali differenze erano presenti anche nelle proiezioni IMF di Novembre 2008 (quando i pacchetti fiscali non erano ancora noti). Quindi resta l’interrogativo: quanto valgono i pacchetti fiscali aggressivi sui quali tanto insiste l’IMF?
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