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Il weblog di notizie, analisi e previsioni economiche a cura di Ernesto Lorenzo Felli (home) con la collaborazione di Alberto Stanchi - Università degli studi di ROMA 3 - CREI (Centre of Research on Economics of Institutions) - Facoltà di Giurisprudenza.
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lunedì, maggio 12, 2008
Tirare il freno?

A

 differenza dei nostri amici giornalisti autentici, che ci hanno fatto il callo, noi “economisti diaristi” ogni volta che lavoriamo ad un articolo pensiamo che stiamo per scrivere l’ennesimo Diario di troppo.  Perciò è con un certo sollievo che abbiamo assistito al varo del “governo lampo” di Silvio Berlusconi. L’ammirazione per la rapidità e la concisione del leader (sia pure precedute da sofferti tormenti negoziali) è sincera, ma non ci nascondiamo che siamo contenti anche perché finalmente si è aperta una nuova fase. La quale consentirà, presumiamo, di passare all’analisi dei fatti. Senza più essere costretti, viceversa, a giudicare le parole, le intenzioni o, peggio ancora, le idee dell’incipiente nuovo esecutivo. Anche perché, ad essere sinceri, non è che queste enunciazioni programmatiche ci avessero particolarmente entusiasmati nel corso della lunga melina pre e post elettorale. Essendo noi allergici sia al gioco chiamato “totoministri” sia a quello della divinazione assiologica della realtà politica basata sul criterio dell’ «asse» – l’asse Bossi/Tremonti, l’asse Berlusconi/Letta, etc. – nella fase finale di questa melina, che si è protratta sino all’altro ieri, non sapevamo più che pesci pigliare. O meglio, ci eravamo un po’stufati di prendere ancora in considerazione l’unica cosa universalmente giudicata seria in questo periodo, ossia il celebrato libro di Giulio Tremonti. Evidentemente non ci era sfuggito il fatto che, come ha scoperto sempre l’altro ieri Giovanni Minoli intervistando Tremonti e rimanendone folgorato (per la trasmissione Rai “La storia siamo noi”), libro e riflessioni del nuovo ministro dell’Economia sono “inevitabilmente un documento programmatico di sintesi per tutto il governo”.
Ecco, il punto è proprio questo, giacché detta sintesi programmatica ci lascia perplessi.
Sennonché bisogna andarci piano con lo scetticismo. Il malcapitato Michele Salvati che, con il consueto stile garbato e “fair”, aveva formulato alcune osservazioni critiche sul libro di Tremonti ha dovuto incassare una indispettita reprimenda da Sandro Bondi (Corriere della Sera, 7 Maggio, pag.34). Eppure Salvati aveva apprezzato il libro di Tremonti, giudicandolo “un importante manifesto di una nuova destra”. Nossignore, secondo Bondi, Salvati non ha capito, primo, che non è vero che la nuova piattaforma dei vincitori delle elezioni sia tradizionalista, anti illuministica e anti individualista, secondo, che non è vero che Tremonti sia protezionista e no global e, terzo, che non è vero che nel suo libro c’è solo la paura. C’è anche la speranza, la quale comporta, sempre secondo Bondi, un rafforzamento dello stato sociale e del potere dei governi per proteggerci dagli effetti della “globalizzazione selvaggia e del mercatismo sfrenato”. Insomma, più stato (e politica) e meno mercato (e teoria economica). Alleluia.
La cosa divertente è che tanto Salvati quanto Bondi, pur avvertendone l’obsolescenza, non rinunciano a interpretare la realtà secondo lo schema destra-sinistra. Ne deriva una certa confusione. Chi è oggi per la conservazione, la destra o la sinistra ? Chi è per il cambiamento, la sinistra o la destra? Una volta il confine era netto: conservazione a destra, innovazione, anzi rivoluzione a sinistra. Solo che, essendo la rivoluzione rappresentata dal comunismo, gli innovatori liberali si trovavano a fianco dei conservatori, a destra. Oggi che il comunismo è tramontato, le carte si sono rimescolate. Conservatori e innovatori sono mischiati e occupano tutto lo spettro dello spazio politico. La distinzione rilevante resta quella tra conservatori e innovatori. Sebbene il conservatorismo sia non solo un atteggiamento legittimo, ma in certi casi addirittura necessario, noi non possiamo dirci conservatori. In attesa che i concreti atti di governo ci permettano di capire in quale direzione questo “governo” dell’economia da parte della nuova politica rivendicata da Tremonti ci sospingerà, dobbiamo restare alle parole. Quelle del memorabile Poscritto a “The Constitution of Libertyhayekforweb_small” (1960), in cui Friedrich A. von Hayek ha spiegato perché non è un conservatore. Il problema dei conservatori è la loro idiosincrasia nei confronti del cambiamento, la loro sfiducia nei risultati dei processi spontanei, la loro diffidenza nei confronti dell’individualismo e della concorrenza (il sistema di mercato), il loro fare affidamento sull’autorità e il potere dello stato per contrastare il progresso, la loro mancanza di principi che li porta a fare concessioni al campo che in un dato periodo sembra esercitare la pressione più forte sulle istituzioni e sulle idee (nel passato questo campo era occupato dalla sinistra e dai movimenti socialisti, oggi dallo statalismo). «Mi si permetta di enunciare quella che a me pare la decisiva obiezione ad ogni forma di conservatorismo… Con la sua resistenza alle tendenze correnti, può riuscire a rallentare sviluppi ritenuti non desiderabili; ma, poiché non indica altre direzioni, non può essere un reale ostacolo a quegli sviluppi... La tensione della lotta tra conservatori e progressisti può ripercuotersi unicamente sulla velocità, non sulla direzione degli sviluppi contemporanei. Ma, per quanto sia necessario un “freno al veicolo del progresso”, personalmente non posso accontentarmi di aiutare a tirare il freno. Ciò che prima di tutto il liberale deve chiedersi è non quanto velocemente muoversi e quanto lontano spingersi ma verso dove».

(pubblicato sul Foglio, 9 maggio, pag.IV)

Postato da: felli a 11:44 | plink | commenti (2) |
politica, economia, filosofia, politica economica

giovedì, maggio 08, 2008
Insicurezza percepita

La criminalità, misurata dal tasso di omicidi, in Italia è al di sotto della media europea ed è in calo. Nel 2005 10.3 omicidi per ogni milione di abitanti (13.1 nel 2000) rispetto alla media europea che è pari a 14. Meno che in Francia Regno Unito Danimarca Olanda e Spagna (dei grandi paesi solo la Germania ha un tasso inferiore). L'unico tipo di omicidio che è aumentato rispetto al 2000 è quello che appartiene alla categoria dei delitti commessi in famiglia.
omicidi UE_2005La domanda è come mai per il 58.7% degli italiani, secondo il campioned Istat, la criminalità rappresenta la preoccupazione più grande (ma per il 70% il timore maggiore è la disoccupazione).  

Insomma, come per l'inflazione, i dati dicono una cosa le percezioni un'altra.
Non è una cosa di cui meravigliarsi. La discrepanza tra le sensazioni e la realtà è una vecchia storia.
La diffusione e il miglioramento dell'informazione dovrebbero ridurla. La bassa crescita, che stimola il pessimismo, probabilmente l'acuisce
.

Postato da: felli a 20:50 | plink | commenti (2) |
politica, diritto, ciclo economico e crescita

sabato, maggio 03, 2008
Neodirigismo

Sentite un po’ cosa scriveva sul Corriere della Sera del 10 Aprile 1978, l’autore di un articolo intitolato “Un piano per l’industria che darà pochi frutti”, fortemente critico dell’indirizzo dirigistico della politica industriale dell’epoca:

«le partecipazioni statali sono entrate in settori produttivi che poco hanno a che vedere con i loro scopi istituzionali, rispondendo a logiche di massimizzazione della dimensione aziendale ad esclusivo vantaggio delle retribuzioni o della carriera dei manager, o a logiche di salvataggio più o meno clientelari…Tutto ciò è stato reso possibile dalla certezza del ripianamento dei deficit di bilancio tramite l’inevitabile aumento dei fondi di dotazione e al di fuori di qualsiasi vincolo di mercato…Allora risulta evidente la necessità che divengano operanti al più presto strumenti incisivi di indirizzo e di controllo che riescano a vincolare l’azione delle partecipazioni a scelte e comportamenti coerenti con il loro ruolo istituzionale, ma non incoerenti con le più generali esigenze di efficienza e di vitalità del sistema economico nel suo complesso».
luzzaboutcavChi era l’autore di questo articolo del 1978? Silvio Berlusconi. Secondo quanto scrive lo storico Sergio Luzzatto, dal cui articolo sul Corriere di oggi ho ricavato la citazione (sarebbe bello se mettesse in rete l’intero articolo - l’archivio del Corriere si ferma al 1992).
A 30 anni da allora, le partecipazioni statali non esistono più. Non però la politica industriale dirigistica. Solo che oggi se ne fa interprete Silvio Berlusconi, intenzionato a salvare Alitalia (una società pubblica che perde un milione al giorno), assistito dal cantore dell’anti-liberismo Giulio Tremonti.
Scrivono Benedetto Della Vedova e Giampaolo Galli sul Foglio di oggi che "i liberisti non hanno nessun motivo di arretrare, non hanno perso le elezioni, hanno un interlocutore che ha fatto della libertà economica la propria ragion d'essere in politica. Insomma occorre...finalmente avviare le liberalizzazioni...queste, accanto alla riduzione della pressione fiscale, sono risposte efficaci alla paura".
Se sarà così, il che mi auguro, lo vedremo presto.
Tuttavia, non condivido l'ottimismo di Galli e Della Vedova. A me sembra che la paura (la quale insieme alla speranza dà il titolo a l'ultimo libello di Tremonti) stia muovendo un vento apparentemente irresistibile di restaurazione anti-lberista. La mia paura è che, tanto per capirci, la formuletta magica "mercato quando possibile, stato se necessario" (Tremonti), che come tutte le formulette magiche non vuol dire niente, rischi di tradursi nel principio che lo stato è necessario e il mercato pericoloso. E che il principio venga applicato. Il che, intendiamoci, non deve essere visto come una catastrofe. Come sempre, occorre aspettare i fatti per giudicare le (cattive) idee. 
Prometto che per ingannare l'attesa non mi metterò a scrivere "Il liberismo è di destra". L'aver scritto "Il liberismo è di sinistra" (Alesina&Giavazzi) non ha portato bene al governo di (centro)sinistra di Romano Prodi e nemmeno al liberismo.      

Postato da: felli a 12:56 | plink | commenti (3) |
politica, economia, regole, politica economica

martedì, aprile 29, 2008
Buona amministrazione

C

he cosa ci si aspetta da un sindaco?
Essenzialmente una cosa: buona amministrazione.

Non è dal sindaco che ci aspettiamo le grandi riforme. Quelle ce le aspettiamo dal governo, dal parlamento, dalla politica nazionale. Anche oggi che la politica nazionale è sul punto di affrontare una riforma che limita proprio il potere del governo centrale in favore di una “devoluzione” verso il potere locale – il cosiddetto federalismo, in particolare il federalismo fiscale.
Dunque, quello che ci si aspetta da un sindaco, anche dal sindaco di una grande città come Roma, è che amministri bene. In particolare, che amministri bene le cose sulle quali egli ha giurisdizione e sulle quali può realmente influire.
Ma qui c’è un equivoco.

Ieri ho sentito Gianni Alemanno parlare di sicurezza per commentare la sua vittoria. Poi ho ascoltato Francesco Rutelli parlare di sicurezza per spiegare la sua sconfitta.
L’equivoco è questo: un sindaco in Italia non ha giurisdizione sulla sicurezza.
In Italia non esiste una polizia locale. La sicurezza è affidata al governo centrale. Il ministro degli interni si occupa di questo. I comandanti delle varie forze dell’ordine sono nominati dal potere politico centrale o comunque rispondono ad esso.
Perciò il sindaco di Roma non sceglie il capo della polizia, come invece fanno i sindaci delle città Usa. Né tanto meno sceglie il questore o il prefetto, i quali hanno molta più voce in capitolo di lui sull’uso territoriale delle forze dell’ordine (tutt'al più partecipa a riunioni insieme a loro).
Quindi il sindaco di Roma, come di qualsiasi altra città grande o piccola d’Italia, non può fare nulla di concreto sulla sicurezza.

Viceversa, può fare molto o poco, dipende appunto se è un buon amministratore oppure non lo è, in altri campi. In generale, nella fornitura di quei “beni pubblici” di cui è responsabile (o corresponsabile) il potere locale. Tra questi “beni pubblici” ce ne sono tre in particolare a cui, secondo me, Alemanno dovrebbe prestare tutta la sua attenzione e il suo impegno.

  1. La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.
  2. La pulizia e la manutenzione della città (a cominciare da quella delle strade, il cui stato a Roma è pessimo e non dovrebbe essere davvero così in una città che ha costruito le migliori arterie della penisola e dell’Europa).
  3. La circolazione da cui dipende la mobilità dei cittadini romani (qui il comune dovrebbe fornire un “bene pubblico” chiamato “traffico scorrevole” risolvendo un’esternalità negativa chiamata “congestione”).

Tutto il resto è certamente importante (dall’istruzione alla cultura, dalla casa al turismo, dall’economia locale agli “eventi”) ma viene dopo.

Postato da: felli a 20:42 | plink | commenti (11) |
politica, economia

giovedì, aprile 24, 2008
Elezioni e tasse

C

hristina e David Romer della University of California (Berkeley) sostengono che gli shocks fiscali hanno effetti ampi e persistenti. Gli aumenti delle imposte sono fortemente restrittivi: “un incremento esogeno delle tasse dell’1 per cento di pil riduce la crescita del pil di circa il 3 per cento”. Su questo blog mi sono già occupato (vedi il post del 31 Luglio 2007 qui) del loro working paper  (The Macroeconomic Effects of Tax Changes: Estimates Based on a New Measure of Fiscal Shocks”, Nber WP N0. 13264, qui).
I loro risultati, ottenuti utilizzando un approccio “narrativo” – discorsi presidenziali, rapporti del Congresso, documenti tecnici dell’esecutivo, etc. (Christina è storica oltre che macroeconomista) – per identificare la dimensione, il timing e le motivazioni principali di tutti i più importanti cambiamenti delle tasse verificatesi dal dopoguerra in poi negli Usa, non è che siano del tutto convincenti. Ad esempio, una delle caratteristiche più sorprendenti dei loro risultati (rispetto all’evidenza empirica disponibile) è che l’effetto stimato dei cambiamenti delle tasse sul prodotto mostra una scarsa tendenza ad annullarsi anche dopo che è passato molto tempo (l’effetto raggiunge il massimo non prima di due anni e nei successivi trimestri si riduce marginalmente). In linea generale, un simile comportamento potrebbe avere solo una spiegazione persuasiva e teoricamente rigorosa: i cambiamenti delle tasse hanno un profondo impatto supply-side, ossia sul livello del prodotto potenziale, che misura la crescita di lungo periodo, attraverso gli incentivi micro e la produttività. Al contrario, gli effetti di domanda attraverso il reddito disponibile, ossia l’impatto sul gap tra prodotto effettivo e potenziale, non dovrebbero poter avere questo effetto così persistente essendo limitati al breve periodo. Viceversa, Romer&Romer propendono per questa seconda spiegazione che a sua volta richiede un aggiustamento macroeconomico (il ristabilimento dell’equilibrio market-clearing/flexible-price) straordinariamente lento e farraginoso. Tuttavia, l’interpretazione preferita da Romer&Romer non è per niente conclusiva né dal punto di vista del ragionamento che la sostiene (basato sul comportamento dell’inflazione e della disoccupazione) né dell’evidenza econometrica che la supporta (vedi pp. 35-37).
Ma c’è un altro risultato del loro paper che mi interessa qui e che ha a che fare con il tipo di azione fiscale e in particolare con la motivazione che la giustifica. Romer&Romer sostengono che quando l’aumento delle imposte è giustificato dalla necessità di ridurre un deficit di bilancio, gli effetti sul prodotto sono meno ampi che negli altri casi. Ossia le perdite di pil sono minori. Questo risultato di Romer&Romer sarebbe coerente con l’idea che gli aumenti deficit-driven delle tasse potrebbero avere importanti effetti espansivi attraverso vari canali – aspettative, tassi di interesse di lungo periodo, fiducia). “Forse i cambiamenti delle tasse giustificati da ragioni di bilancio rendono più ottimisti i consumatori e perciò li spingono ad acquistare più beni di consumo durevole e a stimolare l’investimento residenziale” (p. 41). Si tratta della vecchia idea di Francesco Giavazzi che i drastici consolidamenti fiscali hanno effetti espansivi, cioè non-keynesiani (soprattutto attraverso il canale fiducia, vedi F. Giavazzi e Marco Pagano,”Can Severe Fiscal Contractions Be Expansionary?Tales of Two Small European Countries”, Nber WP No. 3372, April 1990,
qui).
Ma se conta il canale della fiducia perché nell’analisi di Romer&Romer la spesa dei consumatori in beni non durevoli e servizi risulta seguire viceversa una reazione di tipo keynesiano, ossia si riduce? O se è il canale dei tassi di interesse di lungo termine che è importante, allora come mai gli investimenti non-residenziali reagiscono anch’essi in modo keynesiano?
A questi due interrogativi se ne può aggiungere un terzo che ha che fare con l’esperienza italiana.
Se l’ottimismo dei cittadini aumenta al cospetto di azioni fiscali destinate all’obiettivo di migliorare i conti pubblici attraverso un aumento delle tasse, come mai il governo Prodi era tanto impopolare e la sua eredità ha pesato sul recente risultato elettorale? E se questo tipo di azione ha un costo minore o addirittura ha effetti benefici, come mai la crescita del nostro pil, viceversa,  è stata penalizzata nel 2007 e nel 2008 (come conseguenza delle misure di risanamento del bilancio contenute nella Finanziaria 2006)?
Limitiamoci al primo aspetto. Si sa che il governo Prodi ha ridotto il disavanzo pubblico (l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche è diminuito di 1,5 punti percentuali nel 2007, scendendo al disotto del 2% del pil) attraverso un aumento delle tasse – la pressione tributaria (imposte e contributi) è balzata 43,3% del pil, vicino al massimo storico del 1997. Tale risultato è stato ottenuto attraverso un aumento delle tasse sui contribuenti “ligi” e, a quanto si dice, attraverso un “recupero” di evasione ed elusione fiscali a carico di quelli “negligenti”.
Non sembra che i cittadini italiani abbiano gradito. L’insuccesso del Pd alle elezioni di aprile può essere interpretato anche alla luce di questo scarso gradimento in materia fiscale.
Ora è possibile che “far pagare più tasse” a chi già le pagava e “far pagare le tasse” a chi prima non le pagava non corrisponda a quella radicale riforma fiscale che ha in mente Giavazzi. Ma l’azione di Prodi e Padoa Schioppa rientra sicuramente tra quelle che Romer&Romer definiscono aumenti delle tasse deficit-driven, ossia guidati dall’obiettivo di ridurre il deficit e risanare le finanze pubbliche (l’avanzo primario, cioè al netto del servizio del debito pubblico è stato riportato al 3,1% del pil, e ciò ha permesso anche una lieve riduzione del rapporto debito/pil).

Postato da: felli a 15:52 | plink | commenti (2) |
politica, economia, politica economica, ciclo economico e crescita

domenica, aprile 20, 2008
Un americano a(lla) Roma

economista-tifoso 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

          Dal FOGLIO di oggi pag.1

Postato da: felli a 15:55 | plink | commenti (4) |
calcio, economia

venerdì, aprile 18, 2008
Il ritorno della politica fiscale

L

a politica fiscale è tornata al centro dell’attenzione. Non è che sia mai stata trascurata dalle amorevoli cure dei politici, che hanno sempre amato baloccarsi con i ritocchi delle aliquote marginali e i progetti infrastrutturali ambiziosi. Né era mai uscita dalle preoccupazioni dei cittadini alla mercè di tali “giochi”. Ma di sicuro un certo discredito accademico, alcuni evidenti insuccessi e abusi, non estranei alla diffusione della cultura anti-statalista, e i molti cambiamenti strutturali e istituzionali (a cominciare dall’unione economica e monetaria in Europa) hanno fatto passare di moda la politica fiscale. Mentre accadeva ciò, si consolidava il rispetto per la politica monetaria e la convinzione che questa rappresentasse lo strumento più adatto e più efficace per intervenire nell’economia del libero mercato. Soprattutto se l’ambito di tale intervento è la stabilizzazione del ciclo economico, ossia l’eliminazione o quantomeno la riduzione delle deviazioni del prodotto effettivo dal suo livello “normale” e, naturalmente, il controllo dell’inflazione. L’accelerazione della globalizzazione, il crescente libero flusso di merci, capitali e servizi in giro per il mondo, sta ponendo nuove sfide alla politica monetaria e sembra che cominci ad erodere la capacità delle banche centrali di mantenere sotto sorveglianza non solo le turbolenze dei mercati finanziari ma soprattutto l’inflazione. Che certamente è uno dei compiti fondamentali della politica monetaria, e anzi, per alcuni, è la funzione vitale che giustifica l’esistenza stessa dei banchieri centrali, che ne sono i responsabili. Sebbene la recente crisi finanziaria mostri la portata delle sfide che si accompagnano all’intensificazione dell’integrazione economica internazionale, la politica monetaria, secondo noi, resta in grado di controllare l’inflazione interna (attraverso i tassi d’interesse) anche quando la pressione viene da fuori e deriva, come adesso, da un eccesso della domanda mondiale rispetto alla capacità produttiva mondiale.
È indubbio, tuttavia, che il vento stia cambiando e che il sospetto sulla utilità e sull’efficacia delle politiche economiche si stia in parte spostando dalla politica fiscale alla politica monetaria. Anche a livello accademico e istituzionale (sebbene qui lo scetticismo verso la politica fiscale resti prevalente). Ne è un segnale la richiesta di azioni concertate tra le varie banche centrali, basata sull’opinione, che non condividiamo, secondo la quale nel nuovo “ordine” internazionale l’efficacia della politica monetaria sia limitata alle situazioni di coordinamento sovra-nazionale (una tesi che viene sostenuta anche per le politiche fiscali).

Del resto, ci sono vari buoni motivi perché la politica fiscale torni di moda. Uno è ovvio e riguarda paesi come l’Italia, che facendo parte di un’unione monetaria, conservano la sovranità della politica fiscale ma non della politica monetaria. Ma c’è un motivo di fondo, indipendente da caratteristiche istituzionali (quindi valido per ogni paese), che consiste nel fatto che la politica fiscale, a differenza della politica monetaria, può servire a promuovere la crescita di lungo periodo, ossia l’aumento del prodotto potenziale e della produttività. E questo è proprio quello che serve all’Italia, i cui problemi non sono di carattere congiunturale ma strutturale. Detti problemi non consistono nel fatto, o soltanto nel fatto, che il nostro prodotto cresca poco (nelle fasi espansive del ciclo) e resti a lungo al di sotto del suo potenziale (in quelle recessive), ma che questo stesso potenziale sia basso. La politica fiscale può agire sul tasso di crescita attraverso due canali: la domanda (investimenti, consumi ed esportazioni nette) e l’offerta (lavoro e produttività). Senza minimizzare l’importanza del primo canale (in particolare gli effetti della politica fiscale sugli investimenti e sui consumi di beni durevoli), noi pensiamo che il canale dell’offerta sia, per un paese come l’Italia, almeno altrettanto importante.
La distinzione è rilevante. Ma non per soddisfare fissazioni dottrinarie e l’amore dei tecnicismi. Piuttosto perché è essenziale a modellare l’intervento strutturale richiesto dalla nostra situazione. Secondo noi quello che serve è un taglio drastico delle imposte sul reddito personale, in particolare sui redditi da lavoro (sia dipendente che indipendente). Solo così si possono modificare gli incentivi individuali spingendo la gente a lavorare e produrre di più. Questa strategia si può conciliare con il pareggio di bilancio riducendo la spesa pubblica o modificando la composizione del prelievo fiscale.  
Siamo consapevoli che la nostra è divenuta una solfa e il ripeterla non ci rende più convincenti e meno noiosi. Tuttavia adesso siamo al cospetto della trionfale vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e in attesa che Pdl e Lega diano vita al nuovo esecutivo. La riduzione della pressione tributaria sarà probabilmente uno degli obiettivi prioritari del nuovo governo, che gode di una solida maggioranza parlamentare e (apparentemente) di una maggiore omogeneità rispetto alle precedenti esperienze di governo. Ma non è per niente chiaro come questo obiettivo sarà perseguito ed è per questo che ripetiamo la nostra solfa. Silvio Berlusconi ha l’occasione definitiva di lasciare un segno duraturo. Siamo fiduciosi che non la voglia sprecare. Come è già successo.


[anche sul Foglio di oggi]

Postato da: felli a 14:16 | plink | commenti (2) |
politica, politica economica, ciclo economico e crescita

domenica, aprile 06, 2008
Air On(c)e Silvio

Nuova immagine (2)

«È raro che un politico scateni una seria crisi prima di andare al potere. Questo è  ciò che ha fatto Silvio Berlusconi con Alitalia. Se, come ci si aspetta, Mr. Berlusconi sarà eletto per la terza volta alla guida del paese il prossimo fine settimana, si meriterà ogni mal di testa che la compagnia di bandiera gli farà venire. Alitalia sta sperperando circa un milione di € al giorno e non può sopravvivere all’estate senza essere ristrutturata. [Il governo di] Roma vuole disfarsi della sua partecipazione del 49,9% nel capitale della compagnia. Ma Air France-Klm, l’unico serio acquirente, ha abbandonato il tavolo delle trattative, dichiarando che le richieste sindacali avrebbero reso impossibile un rapido ristabilimento delle condizioni di profittabilità di Alitalia. Le regole europee impediscono ogni ulteriore salvataggio pubblico. I sindacati non avrebbero avuto un grande potere negoziale se non fosse stato per Mr. Berlusconi. Il leader del centro-destra se l’è presa contro l’offerta Air France-Klm in campagna elettorale. Ha affermato che alcuni uomini d’affari italiani stavano facendo la fila per contribuire al salvataggio di Alitalia – sebbene si sia rifiutato di farne i nomi. “Abbiamo toccato l’orgoglio di una compagnia di bandiera sana e competitiva”, ha detto in un’intervista a Libero. Se i suoi misteriosi cavalieri sono tanto numerosi quanto Alitalia è “sana e competitiva”, allora i dipendenti e i clienti della compagnia hanno di che irritarsi».
Questo il commento, che non richiede ulteriori commenti, del Wall Street Journal (Venerdì-Sabato 4 Aprile, pag.10, l'originale qui).

Postato da: felli a 13:04 | plink | commenti (17) |
politica, economia, europa

sabato, aprile 05, 2008
La scomparsa del buonumore

La solidarietà a Giuliano Ferrara, che ci è caro come quel fratello che non abbiamo avuto, è scontata, e in questo senso deprivata di significato. Infatti, essendo inevitabile, la solidarietà per le aggressioni ai comizi di Bologna, delle Marche, etc., è stata un coro, sebbene non del tutto monocorde, di rituali adesioni.
Su questo blog, il 25 Febbraio, è stato affrontato l’aspetto quantitativo dell’aborto. L’aborto di massa è un fenomeno di tale portata che c’è poco da dire: «Centoventiseimila aborti al giorno. Quarantasei milioni l’anno. Un miliardo di aborti in 22 anni. Una carneficina» (per leggere l’intero post cliccare qui).
Tuttavia, benché la sua portata sia enorme, l’aborto resta un sottoinsieme del male che pervade il mondo. Assoluta forse è la pesantezza di questo male, non il male stesso. Ma le sue innumerevoli manifestazioni sono relative. Nel senso che è la soggettività individuale (unita alla sensibilità dello zeitgeist) a definire ciò che è percepito come il male peggiore e quindi a dettare le priorità. E in questa materia i criteri quantitativi non sono di certo sufficienti.
Da sempre gli esseri umani hanno cercato di estirpare il male o almeno l’angoscia che il male procurava loro (scartando l'elusione consolatoria che il male fosse non-essere). Comprese quelle manifestazioni del male che sembravano il risultato di scelte umane, più o meno consapevoli, e non la conseguenza di eventi naturali apparentemente fuori controllo. Si tratta di una battaglia senza possibilità di vittoria, essendo ciò che chiamiamo male connaturato con ciò che chiamiamo vita. La vita naturale. La quale è tale perché esiste una morte naturale. Ecco perché la morte che si presenta in modo non naturale ci appare tanto insopportabile e inaccettabile. Sfortunatamente, l’aborto non esaurisce la gamma di morti “non naturali” che ci sono note e che quindi, paradossalmente e scandalosamente, esistono in natura. Qui né il linguaggio né la filosofia sono di aiuto. La filosofia, perché ci ha lasciato con il dubbio se la natura sia finalità (Aristotele) o necessità (Kant) o addirittura esteriorità despiritualizzata (Hegel). Il linguaggio, perché la bellissima parola natura, che esiste con poche varianti in molte lingue, deriva dal latino nasci, nascere, che a sua volta adatta il greco physis, ma il verbo
fuw da cui deriva vuol dire anche “far nascere”, generare.
Una battaglia culturale perché la vita dei nascituri sia preservata è una battaglia per la difesa della vita che chiamiamo naturale e contro la morte che diciamo innaturale.
Detto questo, l’aborto possiede una peculiarità che lo rende problematico: l’esistenza del nascituro – di cui l’aborto è la soppressione - è indissolubilmente legata a quella di un altro individuo, la madre. In questo senso il nascituro non è del tutto un individuo, perché non è autonomo finché nasce, perché non è separabile dalla madre e dal suo corpo prima della nascita.
Come può una lista pro-life, sebbene superpolitica, e in genere un approccio che rischia di trasformare il problema in una controversia “pro o contro”, affrontare questa peculiarità che ovviamente è extra-politica e piuttosto complessa?

Noi non sappiamo rispondere (o meglio, siamo tentati di rispondere: non può). E proviamo disagio. Perché sentiamo che la lista e in genere l’approccio pro-life aggiunge pesantezza non la sottrae a ciò che di per sé è già opprimente. E non riesce proprio a farci venire il buonumore.

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politica, filosofia

giovedì, aprile 03, 2008
1) Quer pasticciaccio brutto de la Val Padana; 2)Virtù vs. Libertà

1) Quer pasticciaccio brutto de la Val Padana.
Ora sarebbe interessante che gli/le alternativi/e venissero allo scoperto. Parliamo di cordate. Parliamo di Alitalia. Parliamo di Malpensa. Insomma, parliamo di quer pasticciaccio brutto de la Val Padana (che è anche un po'romano e in genere italiano).



2) Libertà vs. Virtù (ho scritto questo articolo qualche giorno fa, il Foglio lo ha pubblicato Venerdì scorso)

C

os’è che, quando vediamo comparire sullo schermo tv la faccia di un qualche politico, provoca uno spasmo alla mano aggrappata al telecomando e un irresistibile desiderio di zapping? O, in altre parole, cos’è che rende questa campagna elettorale tanto insopportabile?
Si sarebbe potuto supporre che questa volta le cose sarebbero andate diversamente. Ve ne erano alcune premesse. Innanzitutto il livello ormai insostenibile raggiunto dalla crisi della politica italiana. Non doveva essere evidente anche agli occhi del politico più riottoso, oltre che ai nostri, la necessità di un drastico cambiamento? E, anche in caso di difetto di una tale consapevolezza, la minaccia montante dell’anti-politica non avrebbe dovuto funzionare da allarme e incentivare strategie e comportamenti nuovi?
In effetti, alcuni iniziali movimenti erano sembrati coerenti con questo “stato di crisi”. Come la decisione di Walter Veltroni di far “correre da solo” il Pd e la fulminea replica di Silvio Berlusconi di contrapporgli il Pdl (anche se magari la vera discontinuità sarebbe consistita nel ritiro dalla scena dopo un decennio di onorata carriera politica lasciando gli eredi a togliersi dai pasticci).
Un’altra premessa di cambiamento era stata la comparsa della lista pro-life, di cui questo giornale porta le stimmate inconfutabili - un inedito assoluto nel caso di elezioni politiche. Lo stesso fermento all’interno dell’area di ispirazione (demo)cristiana, con fioriture (e rapidi appassimenti) di rose bianche, poteva essere interpretato come un’altra premessa di un possibile cambiamento.
In realtà le premesse sono restate tali.
Ora, non è che noi ci aspettassimo che al centro di questa campagna elettorale fosse portato, anziché il finto fair-play (che infatti in queste ore sta decadendo), il dilemma fondamentale di ogni ragionamento politico serio: se la misura e quindi l’obiettivo di una società sana sia il grado di libertà dei suoi cittadini o il grado della loro virtù. Non è che pensiamo che una campagna elettorale sia il luogo adatto per discutere se abbia ragione Hayek oppure Strauss, al fine di stabilire se ciò che non va in Italia sia la mancanza di libertà individuale o l’estinzione della virtù individuale. Ammesso naturalmente che questo sia il dilemma fondamentale e che sia un vero dilemma, ossia che tra i due obiettivi esista un trade-off. In realtà, come in ogni dilemma che si rispetti, la faccenda è alquanto intricata giacché il problema della difesa della libertà e quello del ristabilimento della virtù sono correlati. D’altra parte, se si riflette un poco su detto dilemma si capisce che, primo, esso effettivamente è alla radice dei nostri problemi e, secondo, che avrebbe potuto essere portato, nelle dovute forme, al centro del dibattito pubblico anche alla vigilia di un’elezione. Lo dimostra l’avvio di discussione sui moniti anti-mercato di Giulio Tremonti, disapprovati da Emanuele Severino e difesi da Sandro Bondi (Corriere della Sera, 22 e 28 Marzo). Soltanto un avvio di discussione, però, dal momento che il centro esclusivo della scena è stato conquistato dall’affaire Alitalia. Una faccenda sulla quale non c’è proprio nulla da dire se non che essa dimostra in modo lampante la fallacia delle tesi di Tremonti, ossia della pretesa di “governare” l’economia e la storia attraverso le imprese di stato e le compagnie di bandiera (e gli hub sub-alpini).
Sul ruolo dell’economia di mercato e del capitalismo regolato c’è una certa incomprensione. L’equivoco è confermato dalle cose che scrive Giovanni Sartori (Corriere, 26 Marzo), il quale nel mirino pone direttamente la “’dottrina economicistica” (?) e gli economisti. Anche per il professore di politologia Sartori, così come per quello di diritto tributario Tremonti (ma convertito alla politica), il guaio degli economisti è che essi sono accecati dal mito del mercato e della crescita economica e non si rendono conto dei rischi dell’inquinamento, della sovrappopolazione, e dell’esaurimento delle risorse non rinnovabili. Val la pena ricordare che i concetti di “fallimento del mercato”, “esternalità”, “sviluppo sostenibile” li hanno inventati proprio gli economisti (e non i tributaristi-politici o i politologi-editorialisti) e che sempre per gli economisti la concorrenza non è una struttura di mercato ideale, un feticcio in un mondo popolato dai super-egoisti  “homines oeconomici”. Piuttosto è una “procedura”, il mezzo più adatto che gli esseri umani hanno scoperto non intenzionalmente per fare emergere le innovazioni e le opportunità in un gioco non a somma zero (anche se non privo di perdenti).
Dunque, se l’affaire Alitalia non avesse magnetizzato la discussione generale, forse la discussione si sarebbe spinta sino al dilemma fondamentale di cui si diceva. Per tentare di capire se ciò di cui abbiamo bisogno sia più libertà o più virtù, e magari più “governo”, più “politica” e più “radici giudaico-cristiane” e meno mercato, meno concorrenza e meno tecno-scienza. Chi scrive ha l’impressione (non la certezza) che le libertà fondamentali siano in gioco in questo paese. Come dimostrano l’omicidio della giovane studentessa Meredith (criminalità ordinaria) e le vessazioni cui sono sottoposti i capitalisti di alcune regioni italiane (criminalità organizzata), la libertà individuale e quella di fare impresa sono a rischio in Italia.

Postato da: felli a 11:59 | plink | commenti (4) |
politica, economia, filosofia

giovedì, marzo 27, 2008
Severino, Tremonti e la salvezza dell'Europa

E

manuele Severino, polemizzando con le tesi anti-mercatiste di Giulio Temonti (Corriere della Sera, 22 Marzo qui), scrive tra l’altro che «sono un valore eterno, nel capitalismo, l’individuo, la proprietà privata, la libertà e la sua applicazione al mercato, la concorrenza (il cui fondamento è la riduzione della potenza dei concorrenti, con la conseguente riduzione della potenza globale a disposizione dell’uomo),…» [sottolineato aggiunto].
Ora, si sa bene quello che Emanuele Severino teorizza da tempo, ossia che, con il tramonto dell’epistéme (la verità assoluta incontrovertibile) e delle ideologie che la professavano (che includono la religione, il marxismo e il capitalismo), la tecno-scienza è divenuta la volontà di potenza dell’uomo moderno e che essa è la suprema forza salvifica. Però, quando parla di capitalismo e soprattutto di concorrenza si capisce che dovrebbe compiere un ultimo sforzo per comprendere meglio la posta in gioco. Perché, se è vero che il fondamento della concorrenza è la riduzione della potenza dei concorrenti, come si esprime lui – in realtà si tratta della limitazione del “potere di mercato” (cioè la libertà di fissare il prezzo) – questa riduzione accresce la potenza del mercato nel suo complesso e quindi aumenta, non riduce, la potenza a disposizione dell’uomo. Solo che si tratta della potenza non dell’uomo in generale, ma dei consumatori che rappresentano la pluralità dei cittadini (visto che vi sono compresi anche i produttori il cui potere di mercato viene limitato dalla concorrenza). Inoltre concorrenza e progresso tecnico secondo me vanno a braccetto (contrariamente a quanto pensava Schumpeter) e sono alla base della “distruzione creatrice” e quindi della crescita.
Per il resto – ma qui vorrei il conforto di un vecchio amico di Sofia che purtroppo non si manifesta da tempo (Dilifa Bapa) e che mi ha criticato quando parlai non negativamente del filosofo di Brescia – penso che Severino non sbagli a mettere in chiaro le confusioni di Tremonti (“economia non è tecnica”).
Io trovo invece profondamente sbagliata la pretesa di Tremonti (ma questo Severino non lo nota) di richiamare le famose radici giudaico-cristiane dell’Europa come antidoto al liberalismo e alla globalizzazione e in difesa dello statalismo e del protezionismo. Tale pretesa è particolarmente irritante perché Tremonti asserisce che la sua filosofia (?), che consiste nel tentativo di abolire il primato dell’economia e ripristinare quello della politica, “coincide perfettamente con la dottrina di Benedetto XVI che non si può governare la storia con mere strutture materiali prescindendo da Dio” (La paura e la speranza, Mondatori, pag. 81).
Quindi, con un simile approccio, tutto si riduce ad una lotta di potere: gli economisti sono criticati per il loro supposto tentativo di “governare la storia” dai politici e dai teologi che vorrebbero farlo al posto loro.
Le cose non stanno cosi: le cosiddette radici giudaico-cristiane dell’Europa, che in realtà sono giudaiche, greche, e romano-cattoliche ma anche kantiano-humiane, sono ovviamente importanti ma secondo me non sono la risposta, o almeno non l’unica e nemmeno la più importante, alla crisi della post-modernità. Sebbene non penso, come pensa Emanuele Severino, che la salvezza dell’Europa consista nel separarsene completamente abbandonandosi alla potenza salvifica della tecno-scienza. In ogni caso, il fatto che siano invocate come la “leva” di un programma tradizionalista e neomercantilista mi sembra un esempio di ordinario travisamento.       

Postato da: felli a 13:44 | plink | commenti (8) |
religione, filosofia, europa, ciclo economico e crescita

mercoledì, marzo 26, 2008
Confusione alle alte sfere

 Cortina_Web2

Cortina_web1

A Cortina era Pasqua ma anche Natale

Postato da: felli a 11:10 | plink | commenti (9) |
varie

venerdì, marzo 14, 2008
Produttività, tassisti e radiologi (2)

Il dibattito di politica economica dovrebbe affrontare le questioni-chiave, a cominciare dalla madre di tutte le questioni, la produttività. Invece tengono banco visioni e proposte che la eludono.
In questo post propongo un articolo che ho scritto per il Foglio, e che è stato pubblicato oggi nella rubrica Diario di due economisti. In quello precedente sono stati forniti alcuni elementi quantitativi (tratti dalla banca dati citata nell'articolo) utili alla riflessione
 
Non è il tassista romano che è minacciato dalla globalizzazione ma semmai il suo radiologo

Non sono gli ultimi dati diffusi dal governo uscente sui conti pubblici e le previsioni di crescita, né quelli della Oecd sui salari italiani che dovrebbero essere posti al centro del dibattito sull’economia auspicato da alcuni media. Tali media (come il Corriere della Sera che ha dedicato all’argomento editoriali e interviste) sono rimasti scioccati dalle ultime formulazioni del pensiero economico di Giulio Tremonti. Tuttavia, il clamore è senza motivo perché in realtà si tratta di riformulazioni che accentuano l’elemento psicologico (“la paura/la speranza”) più che la sostanza di un pensiero che era appunto noto da tempo. Del quale va detto che è sbagliato non perché deviante rispetto a qualche ipotetica purezza dottrinaria di stampo liberale (peraltro mai rilevante in questo paese), ma semplicemente perché non è adeguato alle circostanze di fatto e quindi non può funzionare. Per rimediare alle conseguenze negative della globalizzazione le ricette di Giulio Tremonti non servono. La combinazione di misure protezionistiche e interventi pubblici, all’insegna di una specie di statalismo neo-mercantilista in salsa post-moderna, richiederebbe per essere efficace – e lo sarebbe limitatamente e transitoriamente – un mondo e due condizioni necessarie che non esistono più. Primo, l’Italia fa parte dell’Unione Europea e dell’area monetaria comune e perciò non può imporre unilateralmente dazi o attuare svalutazioni competitive. Secondo, la situazione delle finanze pubbliche, ed in particolare del debito, è tale da non lasciare spazio a programmi di intervento a largo raggio dello stato. Perciò, l’unica ragione per prendere in considerazione, discutere e criticare nel merito queste idee sarebbe che esse divenissero un pensiero dominante ed in particolare l’ortodossia dell’Unione Europea. Il che per ora non è, e questo forse spiega uno dei motivi per cui Giulio Tremonti scrive tanti pamphlet. Naturalmente il peso politico italiano di tale pensiero è tutt’altra cosa. Ma di questo non spetta a noi occuparci. Nel Pdl non mancano le persone adatte a discutere di economia e società aperta con Giulio Tremonti, a cominciare da Antonio Martino e Benedetto della Vedova, e un tipo come Renato Brunetta non ha bisogno di stimoli per dispiegare la sua combattività.
Certo, è vero che la faccenda ci riguarderebbe tutti se, come preannunciano i sondaggi, il Pdl vincesse le elezioni di Aprile e Giulio Tremonti divenisse il ministro dell’economia. Ma è proprio questo che in fondo ci rassicura visto che Giulio Tremonti ministro dell’economia lo è già stato nella precedente legislatura (per alcuni anni) e non si sono registrati sfracelli anti-mercatisti.
Ma allora quali dovrebbero essere le questioni da porre al centro del dibattito economico?
Le previsioni sulla crescita, più che dimezzate dalla “Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica” (uno degli ultimi atti di governo di Tommaso Padoa-Schioppa,
http://www.mef.gov.it/) , non sono la risposta. Così come non lo è l’ulteriore conferma, sancita dalla Oecd, del ruolo delle tasse nel comprimere i salari dei lavoratori italiani. Non è che queste informazioni siano irrilevanti - in particolare la prima suggerisce che chiunque vincerà le prossime elezioni avrà un risveglio tutt’altro che tranquillo. Ma esse riguardano le conseguenze non le cause del malessere italiano. Giacché le cause tanto della bassa crescita quanto dei bassi salari hanno a che fare con un singolo fattore, la produttività. E qui ciò che ci può aiutare sono gli ultimi dati raccolti ed elaborati dal consorzio Eu Klems (www.euklems.net
) patrocinato dalla Commissione Europea. Da questa banca dati ricaviamo tre cose.
Primo, nell’ultimo decennio c’è stato un forte rallentamento della produttività del lavoro nell’Unione Europea proprio quando viceversa negli Stati Uniti si è avuta una forte accelerazione.
Secondo, il singolo fattore